Ludovico Ariosto.

RINALDO ARDITO.

 
Frammenti inediti pubblicati sul manoscritto originale da Innocenzo Giampieri e Giuseppe Aiazzi.
1846 Tipografia Piatti, Firenze.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Barbara Magni per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Breve Biografia.
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LUDOVICO ARIOSTO nacque l'8 settembre 1474 a Reggio Emilia da Niccol Ariosto, capitano della cittadella, e da Daria Malaguzzi.
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A tredici anni si stabil con la famiglia a Ferrara dove intraprese gli studi di legge; ma pi tardi, vista la scarsa disposizione per essi, venne affidato al dotto umanista Gregorio da Spoleto, e si dedic alla letteratura, frequentando gli umanisti della Corte estense. Nel 1500 morto il padre, rimase al giovane Ludovico, primogenito di dieci figli, la cura dell'intera famiglia.
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Cos dovette procurarsi un impiego. Per un anno fu capitano della rocca di Canossa; nell'ottobre del 1503 entr al servizio del cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca di Ferrara Alfonso primo; il quale si valse dell'ingegno dell'Ariosto inviandolo in ambasciate in Toscana, in Lombardia, e a Roma presso i pontefici Giulio secondo e Leone Decimo.
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Nonostante queste mansioni, ed altre assai pi gravose, l'Ariosto non smise di pensare al suo poema, l'Orlando furioso, iniziato nel 1504 e lentamente ne prosegu la composizione che, si pu dire, dur tutta la vita. Una prima edizione di quaranta canti usc, a spese del cardinale a cui era dedicato, nel 1516. Ma di essa l'autore si ritenne insoddisfatto.
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L'anno dopo, il cardinale Ippolito, non avendolo l'Ariosto voluto seguire a Budapest, dove egli era stato nominato arcivescovo, lo licenzi. Gli venne in aiuto in questa dura circostanza il duca Alfonso, accogliendolo tra i suoi familiari, e nominandolo qualche anno dopo Governatore della Garfagnana, selvaggia regione appenninica infestata dai briganti.
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Conclusa questa missione, durata tre anni, e descritta in famose Lettere ufficiali, il poeta torn a Ferrara, compr una piccola casa e vi pass il resto dei suoi giorni in tranquillit, con la sua compagna, Alessandra Benucci, e il figlio Virginio. Il poema fu infine pubblicato in edizione definitiva nel 1532, con l'aggiunta di nuovi episodi e di sei canti. Mor il 6 luglio 1533.
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Ricordiamo altre opere dell'Ariosto: sette Satire in terzine, una prosa, L'Erbolato, le Lettere e scritti latini, e cinque commedie: La Cassaria, I Suppositi, La Lena, Il Negromante e Gli Studenti (quest'ultima condotta a termine dal fratello Gabriele e dal figlio Virginio sotto il titolo di Scolastica).
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Niente tuttavia rivela il carattere e le aspirazioni dell'Ariosto meglio del suo capolavoro: l'Orlando Furioso.
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La critica ha molto insistito sul ritratto dell'Ariosto "uomo tranquillo", senza vocazione per l'azione, spinto suo malgrado a diventare uomo politico, ma in realt il quadro esige di essere sfumato: se da un lato, in lui c', indubbiamente, l'aspirazione a una vita sedentaria, raccolta, quieta, lontana dai travagli del tempo, confortata e risolta nell'assaporamento della poesia; dall'altro lato occorre riconoscere l'accettazione consapevole e cosciente del proprio impegno nella vita pratica, dell'attivit di diplomatico e di governatore abbandonato
spesso in situazioni difficilissime.
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Gli Estensi conoscevano i loro uomini e le loro capacit, e se affidarono all'Ariosto missioni di un certo rilievo, bisogna ammettere nel poeta una notevole attitudine all'azione. Questa compresenza di un Ariosto "attivo" e di un Ariosto "contemplativo" non significa d'altra parte una antitesi insanabile. La politica infatti per l'Ariosto non costituisce, come rappresenta invece per Machiavelli, una dimensione primaria ed esaustiva, ma un aspetto soltanto della pi vasta e ricca esistenza umana. Sicch passare dalla prassi alla poesia significa per l'Ariosto semplicemente questo: l'ascesa a un livello superiore di esistenza che comprende e pur travalica il momento dell'impegno nell'attualit.
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Dedica. All'Accademia Valdarnese.
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ALL'ACCADEMIA VALDARNESE, CUI IL POGGIO, ZELANTE ED ACUTO DISCOPRITORE DI RARI MONUMENTI DELLA SAPIENZA LATINA, DAVA VITA, QUESTE PREZIOSE RELIQUIE DEL CANTORE DEL FURIOSO, DIMENTICATE E QUASI IGNOTE, DUE CONSOCI SEGUACI TROPPO DISEGUALI DEGLI STUDJ DI TANTO FONDATORE, CON GRATO ANIMO INTITOLAVANO.
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Innocenzo Giampieri e Giuseppe Aiazzi.
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INDICE.
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Prefazione.
Canto 1.
Canto 2.
Canto 3.
Canto 4.
Canto 5.
Note al testo.
Elenco di tutti i nomi propri contenuti.
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Fine Indice.
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PREFAZIONE.
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L'annunzio della stampa d'un'Opera del divino Ariosto, non solo inedita, ma quasi sconosciuta, e tale da essersene perfino impugnata da solenni scrittori la reale esistenza, ai nostri giorni in cui si  tanto rovistato e tanti disotterramenti si son fatti dalla polvere delle pubbliche e private Biblioteche ed Archivi, parve cosa mirabile e da reputarsi quasi favolosa, ove il fatto di per se stesso non rispondesse perentoriamente. L'Opera della quale ci avvisiamo parlare  il RINALDO ARDITO (1), altro poema dell'Omero ferrarese, dettato da esso dopo l'Orlando Furioso, e sugli ultimi anni di sua vita.
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Ma perch la storia bibliografica e letteraria di questo Poema  nuova del tutto, ed alquanto intricata, non sia grave al Lettore che noi vi spendiamo quel tanto di parole che servano a dilucidarla, ed a renderla piana ed incontroversa. Cos operando, verremo a supplire al difetto del Ch. Fr. Reina Editore del Furioso della Collezione de' Classici di Milano, il quale nel 1812 prometteva corredare quella ristampa d'un comento, ed aggiungervi per la prima volta tutti i frammenti di un altro poema trovati fra carte dimenticate e gi spettanti al D. Giuseppe Lanzoni. Onde non conoscendo le cause che lo impedirono a dar fuori quel comento, e a pubblicare questi Frammenti, ci lusinghiamo che egli avrebbe a grado che l'avessimo rilevato da questo secondo debito, se il cielo gli avesse concesso pi lunga vita.
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Antonfrancesco Doni fiorentino, uno degl'ingegni pi bizzarri e fantastici che coltivassero le lettere italiane sulla met del Secolo sedicesimo, fu il solo che nella Seconda Libreria (2) palesasse ai dotti l'esistenza del nostro Poema, con queste nude e magre parole "Lodovico Ariosto, RINALDO ARDITO, dodici canti." Ma al bugiardo  (ed il Doni n'avea fama ben giustificata) non  creduto neppure il vero; cosicch tutti coloro che parlarono della vita e delle opere di Messer Lodovico, dal di lui figlio Virginio sino al Tiraboschi, o si astennero dal registrare fra queste il Rinaldo Ardito, o lo rammentarono solo per causa di dileggio e di rimprovero al Doni, tacciando d'impostura e menzogna la notizia che egli ne dava.
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N questa imputazione, bench dura e falsa, pu dirsi moralmente temeraria, poich non si cred presumibile che il Doni potesse conoscere tutti gli scritti del Poeta editi ed inediti al tempo suo, meglio di Virginio figlio amatissimo di esso, il quale conviveva seco lui, ne riceveva precetti e buon avviamento alle ottime discipline, ed aveva agio e libert di leggere tutto ci che il padre dettava. Ed in fatti fu questi che raccolse tutte le di lui poesie latine, e che nel 1545 dette ad Antonio Manuzio, che li stamp per la prima volta, i cinque Canti che seguono la materia del Furioso, o meglio preparati per altro Poema.
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Ma comunque la cosa si fosse, la verit  che il Rinaldo Ardito  esistito, ed in parte esiste; e forse il Doni lo vide completo in mano dell'Autore, o da esso medesimo n'ebbe contezza: e dico cos, perch niun altro ne fa parola. Per non saprei indagare la ragione per la quale gli piacque tenerlo celato ai suoi pi cari e confidenti, pe' quali non avea segreto, e lo palesasse al Doni: in questa riserva  un qualche enimma, ed aspetteremo che sorga l'Edipo per darne spiegazione. Frattanto per non perdersi in vane induzioni e fallaci ipotesi sulla via che condusse il Doni alla conoscenza di questo componimento, proseguiamo il discorso diretto sul medesimo.
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A questo lavoro par certo ponesse mano l'Ariosto dopo l'Orlando Furioso, e dopo il 1525; imperocch nella stanza V a pag. 44 accenna gi successa la prigionia di Francesco re di Francia, che avvenne in quell'anno sotto Pavia. Il Poeta mor nel 1533, appena compita la stampa da esso vegliata e corretta del Furioso, n fra le Opere manoscritte da esso lasciate si fece motto da veruno trovarsi il Rinaldo Ardito; da questo silenzio io non saprei altro dedurre, o che non fu fatto un accurato esame di questi Manoscritti, il che non sembrer verosimile, o che a quel tempo il Rinaldo non era pi in sue mani, per averlo passato in quelle di qualche amico e confidente, il quale si tacque dappoi per ignota ragione sul prezioso deposito.
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Che il nostro Manoscritto fosse ab antico custodito nello stesso luogo ed insieme ad altre opere di questo Autore, ce ne fanno accorti le antiche macchie d'umidit che deturpanlo in pi carte di seguito, macchie dello stesso colore e della stessa configurazione che vedonsi in molti altri de' suoi scritti originali, che conservansi nella Biblioteca comunale di Ferrara, e che perci attestano aver corso sorte eguale al nostro, allorquando trovavansi insieme riuniti.
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Fermata cos l'esistenza effettiva e l'originalit del nostro Codice, ci manca il filo per proseguire la storia del suo destino, accompagnandolo nei diversi passaggi che sempre sconosciuto pu aver fatti, dallo studiolo del Poeta alla copiosa e scelta raccolta di Opere a stampa e manoscritte, messa insieme con pene e dispendio dal D. Giuseppe Lanzoni Ferrarese, morto nel febbraio del 1730, e quindi nella libreria dei Marchesi Bevilacqua. E dicemmo sempre sconosciuto, perch il Lanzoni stesso che era cos generoso e cortese nel favorire ed accomunare cogli amici suoi l'uso della propria biblioteca, non conobbe o almeno non pales a veruno il gioiello che egli possedeva; mentre nella Vita affettuosa e molto particolarizzata che di questo egregio e dotto medico scrisse Girolamo Baruffaldi il seniore, (3) non vien neppure emesso il dubbio ch'egli possedesse il nostro Manoscritto.
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L'onore adunque di avere scoperto e messo in luce il ritrovamento dei frammenti del Rinaldo Ardito, d'averli esaminati e recatone fuori un saggio, si deve a Girolamo Baruffaldi il giovine, il quale nella Vita dell'Ariosto a pag. 172 ci fa sapere che ad altro poema eziandio pose mano, oltre a quello del Furioso: uno squarcio, o piuttosto abbozzo di esso fu trovato a caso tra le carte dimenticate del chiariss. Medico Ferrarese Giuseppe Lanzoni; ma riuscendo il manoscritto originale difficilissimo ad intendersi per la rozza scrittura, per la mala conservazione de' fogli, e per le varie cancellature, io non ho potuto relevarne interamente, che alquante stanze, quali saranno poste in fine..... Io non peno a credere, abbench il Barotti lo neghi, che questo possa essere il Poema dall'Ariosto intitolato il Rinaldo, come accenn il Mazzuchelli sulla relazione del Doni; conciossiach nel Canto IV. (4) diffusamente parlasi di questo Paladino, delle sue imprese, de' suoi viaggi e della sua donna Bradamante (5).... Ed i frammenti da me veduti non sono che un primo abbozzo informe in molti luoghi scorretto fino al leggervisi una stanza scritta seguentemente di soli sette versi (6).
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Era oltrepassato mezzo secolo dalla morte del Lanzoni al tempo che il Baruffaldi scriveva la vita dell'Ariosto, di maniera che avrebbe potuto manifestare la persona presso la quale egli ebbe agio di studiare e trascrivere degli squarci del nostro Codice, n saprei indovinar la causa per cui si tacque: era forse tuttora in casa Bevilacqua?..... Ma tralasciando le congetture, e venendo alla storica certezza, diremo che il Sig. Canonico Vincenzio Faustini, uomo fornito di buone lettere, eredit dal padre suo il nostro Codice, ed a noi come possessor legittimo ne fece legittima cessione nel luglio dell'anno decorso; onde io mi do a credere che essendo il padre del Sig. Can. Faustini assai versato in questi studj e nella paleografia, ed avendo vissuto negli anni in cui per straniera invasione tanti insigni stabilimenti rimasero soppressi, e tanti pubblici e privati monumenti di libri e scritture andarono dispersi o per ignoranza distrutti, fu una fortuna che queste preziose reliquie venissero alle mani di lui, che seppe raffigurarle e tenerle nel pregio che meritavano.
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Quindi se mancano ad appagare la curiosit del Lettore notizie positive e speciali sulla sorte corsa da esse, ci vien largamente compensato dalla sodisfazione che gli deriver dal percorrere queste pagine, ove stampava s luminose tracce della fecondit del suo immortal genio il Cantore del Furioso; e se qualche gusto gli rimane della buona poesia, e se qualche scintilla d'amor patrio gli scalda le vene, sar contento aver veduto in questa et aumentarsi il patrimonio delle nostre lettere, e di nuove fronde rinfrescarsi la corona immortale che cinse l'onorata fronte del Poeta che, se Dante non era, sarebbe per primo inchinato.
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Che poi questi Canti fossero dettati per innestarli all'Orlando Furioso, come opin taluno, oppure dovessero unirsi ai cinque altri postumi pubblicati da Virginio, la lettura attenta dei medesimi, ed il filo delle storie che vi son narrate, bench interrotto, mostrano chiaramente che questa opinione non ha sussistenza; imperocch il Furioso fu in ogni sua parte perfezionato dal Poeta nell'edizione del 1532, e tutte le storie intessutevi hanno il loro pieno sviluppo particolare. Di pi nel Rinaldo compariscono personaggi ed attori diversi da quelli rammentati nell'Orlando, e toltone tre o quattro, nuovi affatto. E finalmente alla pag. 45 si allude ad alcuni avvenimenti storici occorsi in Italia al tempo dell'Ariosto, che erano stati narrati prima nei Canti Terzo, 14esimo e 23esimo dell'Orlando; cosicch se questi Canti fossero stati destinati ad inserirsi in esso, ne sarebbe resultata un'inutile ed oziosa ripetizione di fatti; per l'inesauribil vena del Poeta non abbisognava di tali sussidj, n l'avrebbe consentito l'alterezza del suo genio. Mi fo meglio a credere che, avendo ideato questo nuovo Poema, volle mostrare ad Alfonso suo Mecenate, che non si lasciava fuggire occasione di cantare e ricantare le sue belle imprese, ogni volta che gli cadeva in acconcio di farlo solennemente.
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Il titolo di RINALDO ARDITO, credo che sia stato dato al poema, perch apparisce dalla pag. 31, che questo famoso Paladino, protagonista dell'azione, onde ottener certa vittoria sull'esercito infedele, si travestisse da Saraceno, e sotto le mentite spoglie pot conoscere le forze del nemico; quindi dopo aver tutto esplorato, allorch i due eserciti stavansi a fronte, avendo per mezzo della sorella Bradamante avvisato dell'inganno i capitani di Carlo, pose lo scompiglio nel campo nemico, e coll'aiuto dei Cristiani accorsi in tempo, disfecero l'oste pagana; e termina l'impresa colla conversione al Cristianesimo dei principali condottieri Saraceni e di Fondrano loro capo e Signore. Questo in breve pare che fosse il concetto del Poeta, innestandovi al solito vaghissimi episodj, che per la loro variet e pel loro festivo colore ne rendono oltremodo gradevole la lettura.
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Accennata la storia del nostro Codice e del suo contenuto, ci resta da prevenire il Lettore sull'ordine da noi seguito in questa prima pubblicazione, cominciando dall'esatta descrizione del Manoscritto qual si trova attualmente. Questo si compone di trenta carte numerate modernamente da una sola parte, e distribuite in quattro quinternetti. Il primo di essi conduce da 1 a 6; il secondo da 7 a 14; il terzo da 15 a 22; ed il quarto da 23 a 30.  necessario per avvertire che il terzo  contrassegnato nel margine inferiore della pag. 15 di mano dell'Autore con b, ed il quarto medesimamente a pag. 23 con D: il primo e secondo non portano segnature; ogni pagina contiene quattro ottave, meno che la 2 che ne ha cinque, la 19 la quale ne ha otto, scrittevi a doppia colonna, e la 29 che ne ha tre; cosicch formano nell'insieme dugento quaranta quattro ottave.
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Ai quattro quinternetti serve di custodia una cartella di rozzo cartone bianco, che in avanti fu destinata a conservare dei conti e delle ricevute. Un cordoncino di seta rosso trapassa nella costola per traverso il cartone e i quinternetti, ed  fissato in fine con nodo; i due capi di esso poi son fermati nell'interno con cera di Spagna e sigillo della pubblica Biblioteca di Ferrara, ad autenticare il Certificato che qui si riporta in nota (7).
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Ora venendo alla disposizione materiale della stampa, la lettura del Manoscritto, nell'ordine in cui si trova, ci fece dubitare che le carte non seguissero regolarmente e con progresso razionale la materia, ma che i quinternetti fossero stati a caso in tal guisa disposti; ed il dubbio dell'interpolazione divenne certezza, quando le segnature del terzo e quarto c'indicarono chiaramente, che questi invece dovevano precedere i due senza segnatura: ed a questa via ci attenemmo.
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E volendo che il Lettore si convinca co' propri occhi della giustezza della nostra risoluzione, s'imagini che la stampa nell'ordine del Codice avrebbe cominciato da pag. 46 colla stanza 10. fino a pag. 85 stanza XXX., avrebbe proseguito colla pag. 1 stanza 1 fino a pag. 46 stanza 9., talch alla lettura in questo senso ne resulta la narrativa de' casi incomposta ed a ritroso. Ed in fatti, nella nuova disposizione, si trovano in principio alcuni capitani infedeli combattenti contro l'esercito cristiano, quindi si veggono abbracciare il Cristianesimo ad insinuazione d'Orlando. Vi si legge pure un'avventura di Ferra, il quale cade per inganno nell'acqua, e per forza d'incanto si vede trasportato nel giardino di Venere, ove  presente al trionfo d'Amore ec. ec. dovecch adottando l'altro modo, ne sarebbe derivato una mostruosit, non procedendo naturalmente il filo della materia e degli avvenimenti raccontati.
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La ragione per la quale si  creduto bene render minutissimo conto di questo nostro materiale riordinamento, deriva dall'aver voluto fuggir la taccia d'arbitrarj, ove cadesse in mente a taluno raffrontar la stampa col manoscritto, giacch ne piacque conservarlo religiosamente intatto ed inviolato nella sua compaginazione, alla quale va unita la preziosa autentica dell'originalit ed autografia del medesimo; onde precludere affatto il campo agli scettici, ai maligni ed agli ignoranti di sentenziare a sproposito.
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E giudicammo opportuno questo schiarimento, solo per quanto concerne la materialit del codice; che quanto al merito poetico, alla vivacit delle immagini ed al pregio dell'invenzione, tocca al Poeta a svelarsi, e a dar di se quelle prove irrefragabili che per unico lo caratterizzano, e per le quali come astro fulgidissimo risplende nell'italiano Parnaso: n qui temiamo esserci ingannati.
Ora venendo al modo da noi adoprato nel dar fuori questo lavoro, diremo che siamo stati scrupolosissimi a produrre il testo nella sua genuinit, riportandone perfino le voci viziate per eccesso o per difetto od anche per trasposizione di qualche lettera, rettificando per le principali in pi di pagina, affinch non si credessero errate per colpa nostra. La stanza 5 del Canto 2, la 16 e 27 del Canto 4, si son lasciate difettose nella loro tessitura, n ci prendemmo briga di raddrizzare qualche verso zoppicante; tutte negligenze comprovanti maggiormente l'originalit di questo primo getto, che l'Autore avrebbe eliminate dappoi, e che veruna pena ci sarebbe costato il togliere.
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Le frasi e gl'intieri versi rigettati e cancellati dal Poeta, sostituendovi quelli che gli parvero migliori, si son riportati in calce come varianti, per mostrare sensibilmente l'ordine delle concezioni di quel prepotente ingegno. Quanto poi alla puntuazione, ci siamo tenuti a quel metodo che credemmo il pi conveniente ed il pi seguito, quello cio di agevolare possibilmente l'intelligenza dei concetti, senza gran fatica n bisogno di ricorrere per tortuose ambagi il filo del discorso. Ai Canti si  dato abusivamente un numero progressivo dal I al V; non perch cos ce li abbia indicati l'Ariosto, ma pel comodo del Lettore e delle citazioni; giacch Esso nei titoli lasci in bianco la numerazione, e di sua mano non numer che il terzo, il quale, per la lacuna indefinita tramezzo, siamo stati obbligati a chiamar quarto; a questa numerazione si son pure subordinati gli altri, che da penna pi moderna e con altro inchiostro erano stati notati. Per servire egualmente alla comodit, si sono numerate le stanze d'ogni Canto, tornando da capo a ciascuno, come  stile; e dove esistono lacune, non si  omessa l'avvertenza.
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Resa sommariamente ragione di questa qualunque siasi fatica, onde impetrare alla medesima, se non il suffragio generale, almeno il benigno compatimento dei dotti, potremmo addurre a favor nostro le assidue e gravi cure sostenute di buona voglia nel breve ma spinoso aringo, non che le vinte difficolt, che parvero quasi insuperabili al Baruffaldi, il qual pure avea tanta dimestichezza cogli scritti dell'Ariosto (8). E la conferma della di lui genuina confessione si presenter a chiunque si dia a confrontare le stanze da esso pubblicate per saggio di questi Frammenti, dalla pag. 310 alla 314 della rammentata Vita del Poeta, con quelle stesse ristampate da noi; e speriamo che questo ragguaglio porr in maggior chiarezza le diligenze da noi usate.
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Forse non mancher chi disapprovi ed anzi condanni lo zelo di aver messo in luce un'Opera mutila ed informe in molte parti, quale sfortunatamente si  questa. Per costui non abbiamo discolpa, n sapremmo fargli altra risposta, che mostrandogli un gran numero di opere di sommi scrittori greci e latini, che hanno avuto la stessa sorte, avvalorando la nostra sentenza col giudizio di tale, che n la materia n il luogo consentono di nominare (9). Gli additeremmo ancora tanti e tanti bellissimi antichi capolavori in bronzo ed in marmo, che si ammirano ne' Musei, i quali non sono che insigni monumenti dell'Arte pi o meno frammentati. E questi scritti e questi monumenti ci saran sempre di modello, rimanendo a testificare dell'eccellenza degl'ingegni che li produssero, ed a rimproverare mutamente l'incuria, l'ignoranza o la perversit degli uomini che li ridussero in tale stato, e risveglieranno nel cuore dei buoni almeno il desiderio che sorga chi vaglia a ristorarne del danno.
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Finalmente poich colla stampa collettiva di pi componimenti d'uno stesso Autore  (i quali pubblicati a parte in varie occorrenze divengon rari e fuori di commercio) si provvede alla maggior diffusione dei medesimi, e posson considerarsi come rami che si ricongiungono al tronco principale, cos credemmo incontrare il pubblico gradimento riproducendo la gentilissima Canzone colla quale Messer Lodovico piangeva la partenza da Firenze per oltremonte della sua Ginevra (10). Il Ch. Sig. L. M. Rezzi la trasse in luce per la prima volta da un codice miscellaneo Barberiniano, in occasione dei fausti sponsali di Donna Carlotta Luisa Barberini col Marchese Raffaele Casali del Drago, rivendicandola con critico ragionamento al nostro Autore, e ponendone in bella mostra i delicati pregi che l'adornano.
Saggio del carattere dell'Ariosto preso dalla pag. 30 dell'Autografo
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CANTO 1.
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1.
Cos poteansi ritenere appena
I cavalier di non entrar la ciuffa (11),
E a ciascuno il tardare era gran pena,
N pu star fermo e si apparecchia e buffa;
Di quei si parla che hanno animo e lena,
Ch a un vil codardo incresce ogni baruffa,
Come chi va alla forca, e che prolunga,
Perch quanto pi pu tardi vi giunga.
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2.
Artiro e Salomone alla avanguarda,
L'uno Affricante, e l'altro Cristiano,
Stan per ferirsi in punto, e ciascun guarda
Al segno general del capitano;
Or dato il segno, alcun pi non ritarda,
E all'inimico va cum (12) l'arme in mano;
Ma prima ch'entri in cos orribil guerra,
Feraguto vo' trar dall'aqua in terra.
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3.
Ormai tanto che dentro vi  caduto,
Che non dovrebbe aver di ragion sete;
Sapete come cade (13) Feraguto?
Cum quale astuzia cade augello in rete;
Egli avea gi nelle aque il cuor perduto,
N ad altro pensa che alla strema quiete,
Che essendo armato, e d'armi di gran pondo,
Non potendo nuotar, discese al fondo.
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4.
N crediate ch'al fondo gi restasse,
Anci (14) di l dal fondo fu tirato,
Che una dama gentil subito il trasse
Fuora delle acque in luoco assai pi grato;
N gi pens che 'l ciel tanto lo amasse (15),
Vedendosi nelle onde trabuccato;
Ma il cielo il tutto a suo modo dispensa,
E spesso all'uomo avvien quel che non pensa.
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5.
Come chi per errore o per disgrazia,
Cui sotto il ceppo ha il col (16) per esser morto,
E fatta gli vien poi subito grazia
Prima che moia o per ragione o torto,
Che attonito rimane e il ciel ringrazia,
E quasi muor di subito conforto:
E cos appunto a Feraguto accade, (17)
Vedendosi ritrar dove pria cade (18).
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6.
Fu in una ciambra (19) il cavalier condutto
Che tutta di cristallo era smaltata;
Il palco tutto a specchi era costrutto,
E intorno intorno tutta ad or frissata (20);
Vedendosi il barone ivi ridutto,
Gli fu tal sorte allor non poco grata,
E tutto che suspetto ancora stava,
Pur pi ch'in l'umide acque ivi sperava.
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7.
E volto Feraguto alla donzella,
Deh dimmi, dama, disse, se ti agrada,
Chi sei, e come  qua stanza s bella,
Che in fondo alle acque mi par cosa rada? (21)
A Feraguto allor rispose quella:
Sappi ch'io fui nemica a quella Fada (22)
Che poco anzi occidesti, e d'ogni intorno
Faceva a' circumstanti iniuria e scorno.
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8.
E quella son che ti donai quel tanto
Lucido, adorno e prezioso scuto
Cum che vinto hai la Fada e ogni suo incanto,
A te di onore e a' circumstanti aiuto;
E de infiniti sol ti puoi dar vanto
Avere un tal triunfo oggi ottenuto,
Di che grato non solo agli uomin sei,
Ma fatto ne hai piacere insino a i Dei.
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9.
La Fada di coloro era nemica,
Che d'altre che di lei fussero amanti;
Anci ogni industria usava, ogni fatica
Per rovinarli; e ben ne ha occisi tanti,
Che indarno  lo espettar, baron, ch'io dica
Quanti ne ha uccisi la malvagia, e quanti
Presi e in pregione morti per disagio,
Vetando loro il cibo, e il stare ad agio.
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10.
Onde tanto costei Venere adonta
Che sol di lei cercava aspra vendetta,
E (23) a tale impresa in fin persona pronta
L'amorosa mia don (24) gran tempo espetta;
Ma solo hai vendicato ogni sua onta,
E per ne serai persona eletta,
A Vener grato, e per il tuo valore (25)
Fortunato serai sempre in amore.
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11.
E quantunque infelice per adrieto
Sempre sii stato in l'amoroso laccio,
Nell'avenir serai jucundo e lieto,
Poi che distolte (26) ne hai di tanto impaccio;
E perch intendi quel che ti  secreto,
Quel che richiesto me hai io non ti taccio:
Sappi che ninfa son nasciuta in l'acque,
E di questo liquor sto corpo nacque.
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12.
Delle Naiade son la pi onorata, (27)
 (Che cos d'acqua son le ninfe dette) (28)
Liquezia ho nome, e a Venere dicata,
Sono delle sue care e pi dilette, (29)
E a te fui col bel serto mandata (30)
Per animarti a far le sue vendette;
Questa  mia stanza: e qui poser tanto
Ch'io torni a rivederlo in l'altro canto.
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CANTO 2.
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1.
Bench da poi che 'l Redentor del mondo
Dimostar (31) volse un sol Dio trino et uno,
Ogni idol falso (32) rovinasse al fondo,
Pur fra' pagani ancor ne rest alcuno;
Che li (33) altri Dei, eccetto il ver, secondo
Debbe di nuoi (34) fedel creder ciascuno,
Erano di Pluton seguaci rei,
Che la gentilit chiamava Dei.
...
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2.
Ma per la morte, e pel misterio sacro
Della acerba passion del Verbo eterno,
Qual segn i suoi di quel santo lavacro
Che lava in nuoi ogni peccato interno,
Rest a Plutone il mondo acerbo et acro,
E ritrarse gli fu forza all'Inferno;
N falso alcuno Idio rest a' cristiani,
Ma qualche illusion fra li pagani.
...
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3.
E per a alcun di vuoi strano non paia
Se a Feraguto quella ninfa apparve,
Qual si chiamava dell'altre primaia,
O fusser corpi veri o finte larve,
Pur parea corpo quella ninfa gaia,
Se con qualche ragion debbo parlarve:
Non sci (35) come altro giudicar si possa,
Ch un spirto non si tocca in carne e in ossa.
...
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4.
Toccavassi (36) ella e ragionar se odiva,
E porse a quel baron (37) lo illustre scuto,
A cui, da poi che 'l suo parlar finiva,
Rispose allor sagace Feraguto:
O sii donna mortale, o eterna diva,
Eternamente ti sar tenuto,
Che in dui perigli, fuor d'ogni speranza,
In l'un scuto mi desti, in l'altro stanza.
...
.
...
5.
Ma qui se fai ch'a Venere io sia grato,
N mi trovi in amor tanto infelice,
Ch'io non vi fui giamai aventurato,
Pur ch'io vi fussi un tratto almen felice,
Io mi reputarei sempre beato.  (38)
Che tanto un sol piacere a un miser vale,
Che gli rimette (39) ogni passato male.
...
.
...
6.
Ma non sci, ninfa, (40) se ragione o errore
Sia, che sperar mi fa di questo puoco: (41)
Come esser pu che a quella Dea d'amore,
Che altrui suole infiammar, piaccia tal luoco?
Esser non pu che in umile liquore
Produr si possa, e conservarsi, il fuoco,
Il fuoco che pi al cor d'ogni altro preme,
Che mal pon stare dui contrari insieme.
...
.
...
7.
Ben mostri, alto baron, vivace ingegno,
Disse la dama, e razional discorso,
Che cum la forza uniti ti fan degno
Di conseguir d'amor dolce soccorso;
Spera, che fine arai al tuo disegno,
E alla sventura tua (42) porrai il morso,
Quanto ad Amore e Venere si spetta,
Bench tua mente in ci dubbia e suspetta.
...
.
...
8.
Ma dubitar non dei, che 'l fuoco pasce
In umido (43) liquore e si conserva,
Come in vuoi il calor nativo nasce
In radicale umor, che in vita serva
Nel materno alvo l'uomo e nelle fasce, (44)
E sempre umor da morte lo preserva;
E in la lucerna piccoletta fiamma
In oleo e in altro umor se aviva e infiamma.
...
.
...
9.
Per Venere infiamma e si diletta
Di quello umor che sta col caldo insieme,
Anci nel mar di spuma fu (45) concetta
Venere in cambio di genital seme;
La cosa non dir, baron, perfetta,
Per che l'onest la lingua preme,
Et a una donna, ancor che meretrice,
Lo inonesto parlar sempre desdice.
...
.
...
10.
Il viver di Saturno, e ci che fece
Al padre suo, mi converria narrarte;
Ma questo ad uomo pi che a donna lece;
Bastammi (46) a dir la pi opportuna parte,
E che come la fiamma in oleo o in pece,
Cos in l'umor stia il caldo, dimostrarte;
N ti sia cosa nova e inusitata.
Che una Naiade a Vener sia dicata.
...
.
...
11.
O felice colui che intender puote
Il secreto poter della natura!
O quante cose sono al mondo ignote
Che l'uomo di sapere ha puoca cura;
E se fussero a nuoi palesi e note
Procederia ciascun cum pi misura.
Da te ben resto chiaro e resoluto,
Rispose a quella dama Feraguto.
...
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...
12.
Ma pregote, dapoi che mi hai promesso
Favorire (47) in amore i miei disegni,
Che quando un tanto don mi fia concesso
Di amar cum frutto, me ne mostri segni;
Che sempre duolse, puoi (48) che in speme  messo,
A cui come sperava non li avegni:
Sicch, dama gentil, fa' poi ch'io sapia
Quando tal grazia in mia persona capia.
...
.
...
13.
Rispose allor la vezzosetta dama:
Io sempre fui fedele a chi mi crede,
E Vener anco, e chi infedel la chiama,
Non ben dicerne (49) quel ch'amor richiede;
Fidelit conviensi a chi bene ama,
E dir si suol che Amor sempre vuol (50) fede;
Ma acci ch'in breve il tuo desir consegui,
Conviene che pi oltre ancor mi segui.
...
.
...
14.
Rispose quel baron: guidami pure,
Se ben volessi, giuso ai regni stigi,
Che disposto (51) mi son, dama, condure
Dove ti piace pronto a' tuoi servigi.
Ma mi bisogna (52) l'animo ridure
Dove lassai, io credo, Malagigi,
Il qual, se vi rimembra, in l'altro canto
Vi lassai cum ragion jocondo tanto.
...
.
...
15.
Io vi lassai di ciambra gi partito
Della regina, e l'uno e l'altro lieto,
Che tanto l'uno a l'altro era gradito
Che ciascun di essi ne restava quieto;
Desidra la regina che finito
Presto sia il giorno al suo piacer secreto,
E sol la notte a lei felice espetta,
Che Amore  cieco, e notte gli diletta.
...
.
...
16.
E senza altro pensare, un suo fidato
Accorto servitor chiam quel giorno,
A cui disse, se sei, come hai mostrato,
Sempre nemico a chi mi vuol far scorno,
Prego che vadi pi che puoi celato,
E Orlando trovi cavaliero adorno,
E nostro capitan, se sciai qual sia,
E questa gli darai da parte mia.
...
.
...
17.
E una lettera in mano al messo porse,
Che del suo amore il conte reavisava; (53)
Dopo molte proferte, il servo corse
Al finto non ma al ver conte (54) di Brava:
Il conte poi che del sigil si accorse,
La lettra prese, e altro non parlava,
Anci notando (55) il servo, in man la piglia,
In atto d'uom che assai si meraviglia.
...
.
...
18.
Sciolsella (56), e prima sotto (57) lesse
Il nome di chi a lui la scrive e manda;
Subito il resto a leger poi si messe
Di tal tenore = A te si aricomanda,
Conte, colei che per signor ti ellesse,
E sol ti apprezza, e solo ti dimanda;
Pregate, come la notte passata,
Questa altra ancor ti sia racomandata (58).
...
.
...
19.
Rimase il conte alle parol suspeso,
E di notte non sci, n de che scriva;
Ma pur per coniettura ha in parte inteso
Quel che chiedea la donna, e le agradiva;
Sci ch'ella gi lo amava; onde compreso
Ha che di novo in lei lo amor si aviva;
Ma pur di quel che ha letto assai si ammira,
E di novo la lettra or lege, or mira.
...
.
...
20.
E alla proposta subito rispose,
E rescrisse una a lei di tal tenore:
Regina mia, nelle importanti cose
Vostre del regno sol vi mostro amore;
Ma in altre trame occulte et amorose,
Non fui mai vosco; onde pigliate errore:
N sta notte n mai giacqui cum vui;
Credo ch'in cambio mio godesti altrui.
...
.
...
21.
Diede la lettra il conte al fido messo,
Che alla regina appresentolla in mano;
Ella vedendo il servo, al primo ingresso
Allegrossi, ma poi fu il gaudio vano,
Che poi che della lettra intese espresso
Tutto il tenor, le parve il caso strano
D'esser schernita, e che ci (59) niegi il conte,
Che pure il vide seco a fronte a fronte.
...
.
...
22.
E cominci a dolersi la regina
Allor del conte assai cum voce pia;
Lacrimando diceva: ahim mischina,
A chi dei l'alma e la persona (60) mia!
Ad un che fu la notte, e la mattina
Dimostra ingrato che pi mio non sia;
E a me che io il vidi, e sci che fu certo ello
Non si vergogna dir, che non fu quello.
...
.
...
23.
Nol vedeste, occhi vui, che le fattezze
Avea del conte? io sci che non errasti;
Ora son queste, Orlando, le prodezze
Che per mio amore usar prima pensasti?
Se pur non ti piacean le mie bellezze,
 (Che poco sono) a che, crudel, le usasti?
A che s piccol tempo le godesti,
E da me, ingrato, come vil ti arresti?
...
.
...
24.
Forse ch'io non ti son piacciuta quanto
Credevi prima, ahim, solo a vedermi? (61)
Ma perch, ingrato, tante volte e tanto
Quella notte tornasti a rigodermi?
Se allor bella non fui, come di manto
Adorna poteva altri e tu (62) tenermi?
E se a me pi tornar pur non volevi,
Negarmi esser l stato non dovevi.
...
.
...
25.
Dall'altro canto il conte Orlando stava
Suspeso assai, n sci quel che si dire;
La cosa ben come era imaginava,
Ma non la sci per lo ben colorire;
Che essa l'avesse in fal preso pensava
Per cieca volont, per gran desire,
N sci chi possa avere audacia presa
Di essere entrato in una tanta impresa.
...
.
...
26.
Non sci come essa lui in fal pigliasse,
Nol cognoscendo al viso e al proprio aspetto,
N sci ch'in faccia lui rapresentasse
Salvo Milone, a lei figlio diletto,
Qual non si crede (63) che alla madre usasse
Tanta sceleritade, tanto diffetto (64),
E stette in tal penser tutto quel giorno;
Ma il conte io lasso, e a Malagigi io torno (65).
...
.
...
27.
Credendo Malagigi ritornare
Alla regina la notte seguente,
Nel mezzo di quel dolce lamentare,
Che faceva ella del suo error dolente,
Andolla Malagigi a visitare,
Che non sapea della regina (66) niente
Quel che dolesse, anci a lei venne allora
Cum la sembianza di quel conte ancora.
...
.
...
28.
Fu dalla pi secreta camariera
Portata alla regina la novella,
Come ad essa il gran conte venuto era
Per visitarla, se piacesse ad ella;
Tutta turbossi la regina in ciera,
E in mille parti il sdegno la martella,
E dubita di dui qual debbia fare,
O se lo escluda, o pur lo lassi entrare.
...
.
...
29.
Non sci quel che si far, tutta  commossa,
Non sci se contradica o se consenta,
Ma l'amor pi che l'ira ebbe gran possa,
S che a lassarlo entrar restoe contenta;
La camariera ad introdurlo mossa,
Avanti alla regina lo appresenta,
E Malagigi non sapendo il fatto,
A lei si appresent cum allegro atto.
...
.
...
30.
Ma ella cum sembiante assai mansueto,
Cum occhi mesti a guisa di turbata,
Non ben rispose a Malagigi lieto
Come pens vedere alla tornata;
Ma non per questo se ritrasse adrieto;
Ma dimostra egli faccia allegra e grata, (67)
E accarecciar (68) la donna allor non resta,
Pensando che per altro ella stia mesta.
...
.
...
31.
Ma senza altro parlarli, la regina
La lettera del conte al baron diede;
Presella (69) quello, e subito divina
Dove il gran sdegno di colei procede:
E pi cognosce ancor la sua ruina
Che la lettra del conte in scritti vede;
La lettra lesse, e poi rivolto a lei
Disse, regina, per un scherzo il fei.
...
.
...
32.
Tutta mutossi la regina allora,
E seren la fronte e il suo bel ciglio,
E pi che mai Orlando la innamora,
E subito le fa mutar consiglio;
Ma quietata non bene era ella ancora,
Quando a lei corse un suo fedel famiglio,
E dissele, regina, il tuo figliuolo
Si trova in gran contrasto e in maggior duolo.
...
.
...
33.
Il conte Orlando nostro defensore,
Venuto da ponente (70) ove il sol monta
Per defendere il stato e il vostro onore,
Credo che ricevuta abbia qualche onta;
E dir l'ho udito al tuo figliuol: Signore,
Se sta persona mai per te fu pronta,
Se mai io satisfeci al tuo desire,
Piacemmi (71) assai, ma ormai mi vo' partire.
...
.
...
34.
Di questo assai si duole il tuo Milone,
E li repugna, e consentir non vuole,
E vie pi perch Orlando la cagione
Tace, n si contenta e non si duole;
Ma che offeso sia stato il gran barone
Conoscessi (72) alla ciera e alle parole:
Per prega Milon ch'ivi tu vegni,
E che lui, se il puoi far, fra nuoi ritegni.
...
.
...
35.
Poco cervel coprir de' la tua fronte,
E che l'hai dove la civetta (73) il gozzo:
Or non  qui a me presente il conte,
Che ti sian cavi li occhi, e il capo mozzo?
Rispose la regina; e a me raconte (74)
Una tal falsit, ribaldo e sozzo:
Sei cieco, over bevuto hai troppo vino,
Che qui non vedi Orlando paladino?
...
.
...
36.
Guarda il famiglio, e resta stupefatto,
E cognosce che quello  Orlando apponto:
Io non sci, disse, come vada il fatto,
E come pria di me costui sia gionto;
Io il vidi, io lo udii pur, e corsi ratto,
Regina, a te, che sciai quanto sia pronto;
E non sci come sia possibil questo,
Che egli di me sia giunto a te pi presto.
...
.
...
37.
E partito (75) porr cum chi lo accetta,
Che quel ch'io vidi, Orlando,  in sala ancora,
E parla cum Milon, che cos in fretta
Venni, che certo ancor cum lui dimora.
Perch a chi il fatto attien sempre suspetta,
Molto turbossi la regina allora;
A Malagigi guarda, e si dispone
Veder di tal novella il parangone (76).
...
.
...
38.
Malagigi, che pi non pu coprirse,
Dispose allor finir la cosa in riso,
E volto al servo disse, che forbirse
Debbassi (77) ben di nuovo e li occhi e il viso,
E che debbia correndo indi partirse,
E ben cerchi mirare attento e fiso
Se pi dove diceva (78) il conte vede,
E poi ritorni, e facciane lor fede.
...
.
...
39.
Subito il servo senza altra risposta
Ritorn in sala ove ancor stava il conte,
A cui il servo assai vicin si accosta,
E fra se dice: io pur ti miro in fronte;
Pur veggio che quel sei; ora a sua posta
Mi accusi la regina, e facciammi (79) onte,
Ch'io dubito assai ch'essa e il suo figliuolo
Non sian traditi, e ne ricevan duolo.
...
.
...
40.
E nulla dire allora a Milon volle,
E fra se parla, e torna alla regina,
Et a lei disse: chi 'l cervel mi tolle,
Peggio (80) che non veggio io quello indivina;
Tu sei troppo, regina, a creder molle,
E ne potria reuscir tua gran rovina;
Orlando  in sala, e questo  certo assai,
E a vederlo tu ancor venir potrai.
...
.
...
41.
Rispose la regina: io vo' vedello,
Ch'io voglio, s'io non trovo, castigarti;
E tu, conte, se tu per sei quello,
Prego che qui mi espetti e non ti parti:
Rispose Malagigi, io son pure ello,
E per meglio voler certificarti,
Qui dentro chiuso voglioti espettare,
Fa' pur quanti usci vuoi di fuor serrare.
...
.
...
42.
Fu chiuso Malagigi, e Galliciana
And dove  Milone e il conte in sala;
E visto il conte, assai li parve strana
Tal cosa, e come a occel le casc l'ala;
Chiama in amore ogni sua opra vana,
L'ira in lei (81) cresce, e il desiderio cala;
Volsessi (82) disperar, volse morire,
Poi che cos si vide allor schernire.
...
.
...
43.
Ma come sempre saggia e discreta,
Farne vendetta al tutto si dispose,
Ma per suo onore pi che pu secreta,
Ordine buono al suo disegno pose;
Molti de' suoi arm, che non gliel vieta
Alcun, che potea queste e maggior cose,
E condusseli ove era il finto Orlando,
Per legarlo prigione al suo comando.
...
.
...
44.
Ma intanto Malagigi la mala arte,
Buona per lui, aveva oprato solo,
Che solo a un comandare e aprir di carte
Passava i muri, e se ne andava a volo;
Effigie muta, (83) e quando vuol si parte,
E il gaudio in pene (84) muta, in gaudio il duolo:
Egli usc fuora, e (85) in cambio suo rinchiuso
Un spirito lass da lui bene uso. (86)
...
.
...
45.
N vi ammirate se tal cosa fa,
Che questo, a lui ch' mastro,  cosa picola;
Un libro consecrato il barone ha
Che tutti i segni di tale arte articola; (87)
In quello ogni scongiura e forza sta
Che descrive Azael (88) e la Clavicola,
E per dal demonio egli  obedito
Secondo le occorrenzie e l'appetito.
...
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...
46.
Partisse allora egli per pi destra (89)
Che puote, che sapea quel che importava;
Non sci se uscisse per uscio o finestra,
O se demonio o spirito il portava;
Da l'altra parte la regina allestra (90)
Li armati suoi, e nella ciambra entrava,
E addosso a Libichel, (91) ch'in propria forma
Del conte stava, corse quella torma.
...
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...
47.
Tutti cum gran furor (92) contra a lui ferse,
Per far della regina ogni (93) comando,
Che tutta l'ira contra a quel converse,
Che era in la ciambra, come a finto Orlando;
Ma Malagigi l'animo non perse,
Anci rispose bene al lor dimando,
Che a chi per darli o lo pigliar s'accosta,
Cum pugni e calci fa buona risposta.
...
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...
48.
Gridava ognun: pigliamo sto mal guerzo, (94) 
 (Che cos  il spirto in forma del gran conte)
Ma Malagigi lor fa stranio scherzo,
E a chi una gota rompe e a chi la fronte,
Dui fece tramortire, e occise il terzo,
E contra li altri ha ancor sue forze pronte;
E ad un di lor, che gli contrasta invano,
Tolse per forza un gran baston di mano.
...
.
...
49.
Questo vedendo li altri, e che ben li onge, (95)
Ciascun sta largo, e il guardano alle mani; (96)
Dlli dlli, ciascun grida da longe,
Come quando talor son tocchi i cani,
Che abaglian (97) pure, e alcun non morde o ponge,
E vanno intorno oppur stanno lontani;
Cos fan quelli, e gridano s forte
Che udito gi l'avea tutta la corte.
...
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...
50.
Milon vi corse, il conte, e il gran Fondrano,
Rosadoro, Arideo cum altri insieme; (98)
Ciascun teneva o brando o spiedo in mano,
Che chi il caso non sci di peggio teme;
Allora Libichel si fa pi strano, (99)
Il baston gira, e di gran furia freme
Per provocar pi il conte e li altri in ira,
Corre al nemico, grida, salta e gira.
...
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...
51.
Intanto coi compagni il conte gionse,
E il tempo prese allora Libichello,
Per non mostrarsi Orlando a Orlando, (100) assonse
Novella forma, come gionse quello;
Effigie da baston proprio si agionse,
E divenne di uno uomo uno asinello;
Io non sci se Turpino in ci mi inganni,
Fu uno (101) asinello di ben sopra otto anni.
...
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52.
Rignando cominci giocar de calci,
E porre ivi ciascuno in gran conquasso; (102)
Fra color si dimena, e con gran balci (103)
E correr, ne va assai pi che di passo;
Non fa tempesta, quando scorza i salci, (104)
Tanto rumor ne' campi e tal fracasso,
Quanto fa allora il spirto Libichello
Mutato  (come io dissi) in asinello.
...
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...
53.
Orlando e Rosador di riso scoppia,
Milon, Fondrano e cos tutto il resto,
Pur sempre i calci l'asinel raddoppia,
E salta e corre e poi ragira presto;
L'orecchie stende, si digrigna, e doppia
Festa agli astanti poi aggiunse a questo,
E in ordine mostr quel che in le (105) stalle,
O ne' campi, il stallon fra le cavalle.
...
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...
54.
E si drizz a seguir Galliciana
Quel disonesto e intrepido asinazzo,
Ella, che vide quella cosa strana,
Si sforza vergognosa uscir d'impazzo;
Ma l'asino da lei non si allontana,
Gridagli forte ognun, pur n'ha sollazzo,
E se (106) non pur che la regina infesta,
Scoppiato ne sarebbe ognun di festa.
...
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...
55.
Ma il conte Orlando, cavalier saputo,
Che ebbe la lettra, s'avis del fatto,
Perch pi d'uno incanto avea veduto
Per altri tempi, imaginossi il tratto,
Che Malagigi, o chi altri, qui venuto
Fusse per eseguir questo tristo atto,
Et a quanti baron si vide avante
Disse: qui  stato qualche negromante.
...
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...
56.
Conferm ognun quel che 'l conte prevede,
Il qual disse a ciascun che presente era:
Io sum (107) Orlando, il quale in Cristo crede,
E la sua legge  sola al mondo vera;
Mostrar vi voglio la cristiana fede
Quanto potente sia, quanto sincera;
E l'asino grid: (108) Demonio tristo,
Partiti quindi per virt di Cristo.
Manca la continuazione
...
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...
57.
Ebbe il gigante allora acerba pena,
Pur si ritenne in piede, e il capo quassa,
La mazza stringe et a due man la mena,
E contra a chi il percosse un colpo lassa;
Schifarlo puote il Paladino appena,
Ma pur da parte salta, e il colpo passa;
Egli  mastro di guerra, e il suo Rondello
Ai salti  assuefatto, e molto snello.
...
.
...
58.
Schiff quel colpo, e ben volse (109) il marchese,
Ma renderlo non puote a quella volta,
Ch separate fur le lor contese,
Tanto crescea de' cavalier la folta;
Sicch Oliviero allora altra via prese,
Mostrando tra' pagani audacia molta:
Quanti ne giunge pien di rabbia e tosco,
Male integri li manda al regno fosco.
...
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...
59.
Riconfortossi la cristiana schiera
Pel grande aiuto di quel Paladino;
Ma di Ruffardo la possanza fiera
Fa come falce di stipa o di lino:
Infernal cosa  riguardarlo in ciera,
N s brutto si pinge Calcabrino; (110)
E tanto adopra la ferrata mazza,
Che sempre ha intorno spaziosa piazza.
...
.
...
60.
Ma Balugante cupido di sangue
Bravante il maladetto a ferir manda;
Mossessi (111) quello a guisa di fiero angue,
Se advien che 'l tosco disdegnato spanda;
Rest a tal gionta ogni cristiano esangue,
E a fugir cominciar per ogni banda;
Li pi galgiardi (112) allor ebber paura,
Movendossi (113) il pagan de empia statura.
...
.
...
61.
Il primo che scontr cum la fiera asta
Fu Rodoardo sir di Lamporeggio,
Galgiardo fu, ma al colpo non contrasta,
Che a terra cade, e non gli avvenne peggio (114):
Poi che la lanza in mille pezzi  guasta,
Il brando tira, e grida: oggi preveggio
Il modo di sbramarmi a sangue e morte,
E provar quanto ogni cristiano  forte.
...
.
...
62.
Vide il Danese il danno de' cristiani,
E il suo Dudone e Bradamante appella,
Che era in la schiera delli due germani;
Costei del buon Ranaldo era sorella
Gagliarda, ardita, e da menar le mani
Atta non men che un Paladino, e bella;
Altra Camilla, (115) altra Pentesilea,
Che armata sol per Cristo combattea.
...
.
...
63.
Entr la dama nel calcato stormo
Insieme cum Dudon gridando forte:
Ora canaglia insieme vi distormo, (116)
Che tutti meritate acerba morte;
Io pi di vui (117) non son legata o dormo,
Che s pensate, penso, a trista sorte:
E cum la lanza un cavalier percusse
Chiamato Armeno, e credo Armeno fusse.
...
.
...
64.
Poi trasse il brando la gagliarda dama
E gett morto un giovinetto al piano,
Qual da Turpino Chiariol si chiama,
D'abito e nascimento soriano,
Venuto di Soria per la gran fama
Del gran re Carlo e del popol cristiano,
E lass il padre suo senza altro erede,
Giurando tornar presto, alla sua fede.
...
.
...
65.
Glorio, Lampruccio e Meleardo occise,
Tutti Africani, e tutti e tre di Egitto;
Col brando il capo ai dui primi divise,
L'altro di ponta fu nel cuor trafitto;
Per questo, gran terror la dama mise
Nel popul sarracin timido e afflitto,
Gettando gambe, braccia e teste a terra,
Questo urta, (118) quello occide et altri (119) atterra.
...
.
...
66.
Come se tra molti minuti schioppi
Bombarda scocca e sino al ciel ribomba,
Che non pur par che de' nemici agroppi (120)
L'animo, ma li offende, atterra e slomba;
O se nei campi peccorelle intoppi,
Dopo altri lampi, una fulminea romba;
A parangone de altri men potenti
Par che a ferir la dama si apresenti (121).
...
.
...
67.
Ma Dudon fa cum lei la festa doppia,
E col brando fracassa, atterra et urta,
Minaccia, fende, rompe, taglia e stroppia,
E a questo il busto, a quello un braccio scurta;
L'uno induce timor, l'altro il radoppia,
Per tener de' Cristian l'audacia surta,
Ma non men sarracin da l'altro canto
Cercano di vittoria avere (122) il vanto.
...
.
...
68.
Artiro, Odrido, Buffardo e Bravante
Son contra i nostri da gran furia spenti, (123)
Come si vede a caso in uno instante
Levarsi a un tempo dui contrarii venti,
Che l'un sbatte a ponente, altro a levante,
Quel che a lor forza a caso si apresenti;
E cum tal furia l'un l'altro ritrova,
Come volesser discacciarsi a prova.
...
.
...
69.
Scontrosse cum Odrido Bradamante,
E stordito il lass, tanto il percosse;
Ferillo al capo la donzella aitante,
Che tutto il tramut, tutto il commosse;
Visto quel colpo il forte re Bravante,
Stim che un paladin la dama fosse,
E d'un gran colpo l'elmo le martella,
Di che gran poena (124) ne sostenne quella.
...
.
...
70.
Ma subito grande ira al cuor le monta,
E cum il brando il capo gli percuote,
Che 'l colpo dato a lei cum questo sconta,
E impalidir gli fece ambe le gote;
Ma il re Bravante le lass una ponta,
Che appena ella in arcion tener si puote;
Ma per la gente ch'ivi allor si mosse,
Per forza l'un da l'altro separosse.
...
.
...
71.
Ma cum Buffardo si scontr Dudone,
E cum gran stizza adosso se gli cazza; (125)
D'una mazzata il gionse in un gallone,
E poco men ch'in terra nol tramazza,
Che grande anch'esso e forte era il barone,
Perito molto in adoprar la mazza;
Ora contra a Dudon venne il pagano,
E l'uno e l'altro cum la mazza in mano.
...
.
...
72.
Mena il gigante cum la sua ben ferma (126)
Mazza a Dudone, (127) egli da parte salta,
E convien che cum senno e ben si scherma
Che troppo acerbo il sarracin lo assalta;
Ma Dudon nel costato allor gli afferma
La mazza, n levolla allor troppo alta;
E di dolor, tanto la mazza il tocca,
Gett il pagan la lingua fuor di bocca.
...
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...
73.
Ma subito il gigante in se rivenne,
E nell'elmo a Dudon gran colpo tira:
Quasi cade il baron, pur si ritenne,
Ma monta per vergogna e doglia in ira
Tanto, che adosso a quel gigante venne,
E alla visera, dove il fiato spira,
Toccollo, e il naso talmente gli offese,
Che Buffardo per doglia a terra stese.
...
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...
74.
Occiderlo volea Dudone allotta,
E per ferirlo avea gi il braccio in ponto,
Ma proibillo far di nuovo lotta
Il stormo de' pagan ch'ivi fu gionto;
Fuli il disegno e la sua impresa rotta,
Che ognun fa pi di se che d'altrui conto;
Vide essere egli danno e incarco espresso, (128)
Per occidere altrui, morire anch'esso (129).
...
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75.
Onde indi allor convenne dipartirse,
E lassare il gigante in terra steso,
Che gente tanta contra lui venirse
Vedea, che forse allor restava preso,
E li fu forza altrove ancor partirse,
Che alla forza ciascun misura il peso,
Ferendo va i nemici in altra parte,
Et a chi il petto, a chi la faccia parte.
...
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76.
Cos fa la donzella Bradamante,
Col brando in man gagliarda a maraviglia;
Intanto sorse il caduto gigante,
Qual nuovamente la sua lancia piglia,
E questo dietro, e quel percuote avante,
A infernal mostro nel ferir simiglia,
E tanto de ferir l'empio procaccia,
Che chi percuote occide, e li altri caccia.
...
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77.
Mirava la battaglia allor Ranaldo,
Il quale fra' pagan stava secreta-
Mente, ma di scoprirse e d'ira caldo,
E di assalirli cum il re di Creta
Non si pu rafrenar, non pu star saldo,
Non pu tener la mente a un segno quieta;
E una sola ora mille anni gli pare
Potere esso in persona in gioco entrare.
...
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78.
Bradamante ferir vedea il barone,
Cognobella all'insegna, e alla armatura,
Che in campo verde portava un leone
Di quel proprio color ch'ha di natura;
L'insegna  questa del suo padre Amone,
Piacque alla dama simil portatura:
Fu il leon poi alquanto tramutato, (130)
E di integro Ranaldo il fe' sbarato.
...
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79.
Tanto col re Cretense oprato avea
Ranaldo, che a re Carlo  fatto amico,
E battezzarsi in tutto si volea
Che di Califa fatto era nemico;
E la cagion che a questo lo movea
Ditta l'ho sopra, e pi non la ridico:
E in ponto stan quando fia tempo e luoco
Di accender fra' pagani un doppio foco.
...
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...
80.
E per tessere alfin quel che avea ordito,
E mandare ad effetto il suo disegno,
Alla sorella prese per partito
Far di sua mente cum buon modo segno;
E presto entr cum l'asta bassa ardito
Fra' cristian, come li avesse a sdegno,
E percosse uno apresso alla sorella,
Che in terra il fe' cadere, e turbar quella.
...
.
...
81.
La dama allor cum rabbioso schismo (131)
Verso Ranaldo si avent col brando,
Per mandar quello, come lo esorcismo
I spiriti infernal de fuga (132) in bando;
Del duol gi ne sent gran parossismo, (133)
Ma non volse il baron far di rimando, (134)
E beffarla e fugir cominci insieme,
Come un pazzo che scherza a un tratto e teme.
...
.
...
82.
Dicea Ranaldo: sei tu de' baroni
Che se chiamano in Francia paladini,
Che non potete fuora delli arcioni
Gettar li men stimati sarracini?
Se non aveste le armi e i brandi buoni,
Persi aria Carlo ormai e' suoi confini;
E tu porti il leon, superba insegna,
Per dimostrar ch'in te gran forza regna.
...
.
...
83.
Per tal parole, e per la prima causa
Dello occiso baron vicino a lei,
Seguia Ranaldo senza alcuna pausa,
Per condurlo col brando a casi rei;
E per grande ira allor saria stata ausa
Entrar nel fuoco o dove stanno i Dei,
Volar al ciel, o profundarsi in mare,
Per volersi del caso vendicare.
...
.
...
84.
Fugia Ranaldo, et ella seguitava
Tanto, che fuora delle schiere usciro;
Allor Ranaldo a quella si voltava,
Dicendole, sorella, assai mi ammiro
Che tanto il tuo fratello ora ti agrava,
Che dar gli cerchi l'ultimo martiro;
Se ben son stravestito e non sto saldo,
Io per sono il tuo fratel Ranaldo.
...
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...
85.
E verso lei alciata (135) la visera,
Fecela chiara di quel ch'era incerta;
Visto alla faccia che quello appunto era
Ranaldo, e che ne fu la dama certa,
Depone ogni furor, jubila e spera
Che presto sua possanza sia scoperta;
E in ben di Carlo, e danno de' pagani,
La vittoria per lui fia de' cristiani.
...
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...
86.
Dopo molte parol (136) tra lei e lui,
Ranaldo le cont lo ordine dato
Col re d'Oranio e i capitanei sui,
S come per adietro hovvi narrato;
Onde sogionse, a te prima che altrui
Il mio penser secreto ho revelato,
Acci che vadi al capitan Dainese,
E quel ch'io a te, tu a lui facci palese.
...
.
...
87.
Digli che in ponto cum due squadre stia
Cum qualche, che a lui piaccia, baron franco;
E che quando levato il rumor sia
Nel campo de' pagan, venga per fianco,
Che de venir l avr secura via,
N pu venirne tal disegno a manco;
Egli da lato, e nuoi da la codazza,
Porremo a morte li inimici e in cazza. (137)
...
.
...
88.
E senza spia che gli riporti quando
Comparir deva, digli che pur presto,
Che il cominciar tal cosa  a mio comando,
E che il troppo tardar mi  gi molesto;
Comincier adoprar subito il brando
Ch'io pensi che ci a lui sia manifesto.
Vanne, sorella, e digli che non erri,
Che oggi vittoria aranno i nostri ferri.
...
.
...
89.
Inteso ch'ebbe Bradamante il tutto,
Verso Parigi punse il suo destrero,
E come ben Ranaldo avea condutto
Il suo disegno, disse al franco Ugiero;
A cui, poi che l'ud, non parve brutto
Del buon (138) Ranaldo l'ordine e il (139) pensiero,
Anci per darli cum prestezza effetti
Ebbe dui capi cum lor squadre elletti.
...
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...
90.
L'uno fu Namo, e l'altro Ricciardetto,
La sesta schiera ha quel, questo la nona.
Et ad ambi narr tutto l'effetto,
Perch'esso andar non vi volse in persona;
Che un capitanio generale elletto,
Raro o non mai l'esercito abbandona;
E per a quelli revel il secreto,
Di che ciascun di lor funne assai lieto.
...
.
...
91.
Cos per via dove non fusser visti
Cum le lor schier li capi se avioro
Per ritrovare i sarracin sprovisti,
E contro essi adoprar le spade loro;
Spera ciascun di far solenni acquisti,
Poi che del tutto bene instrutti foro:
Ma vadan quelli, io torner al Danese,
Che ove  Carlo rimase, e ad altro attese.
...
.
...
92.
Per impedir che quei ch'erano in fatti
Tenessero ivi il lor combatter saldo,
N adietro fusser dal rumor retratti,
Quando l'assalto ar fatto Rainaldo,
Cum stratageme e ingeniosi tratti,
Di che esser debbe sempre un capo caldo,
Gano mand (140) cum la settima schiera,
Dove la prima pugna in gran colmo era.
...
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...
93.
Cum trenta milia di sue genti pronte,
E cum molti di (141) suoi conti malvagi,
Entr in battaglia il Magazense conte,
E secco (142) avea Beltramo e Bertolagi,
Falcon, Sanguino, Spinardo e Lifonte,
Anselmo, Pinabello et Aldrovagi,
Cum altri molti che ridir non stimo,
Ma Gano fu cum l'asta al ferir primo.
...
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...
94.
Rupe la lanza proprio a mezzo il scudo
Di Medonte di Dacia cavaliero,
Che li cacci fuor della schena il nudo
Ferro dell'asta, s fu il colpo fiero;
Poi trasse il brando e nequitoso e crudo
Il capo fesse a Corifonte arciero;
Di Dacia fu costui, a Odrido caro,
Ma non gli fu a quel colpo allor riparo.
...
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...
95.
Ma Balugante dello assalto accorto,
Mand nella battaglia Ardubalasso,
Qual percosse Dudone, e come morto
In terra lo gitt cum gran fracasso;
E pria che fusse quel baron risorto,
Fu preso, ancor pel colpo afflitto e lasso;
N puote esser soccorso allor Dudone,
Che a Balugante fu dato pregione.
...
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...
96.
Per il nuovo soccorso, e la gran forza
Di Ardubalasso li cristian fugiro,
E la furia schifar ciascun si sforza,
E li pi forti allora si smarriro;
L'ardir di molti quello assalto amorza,
E qual Bufardo fuge, e quale Artiro,
Chi Odrido schifa, e chi Bravante fuge,
Dove salvarsi spera, ognun rifuge.
...
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97.
Grida Olivier cum voce minacciante, (143)
E grida Gano: ove fugite voi?
Seguitene cristiani, andiamo avante,
Volete abbandonar re Carlo e nuoi?
Re Carlo anch'esso pure ha genti tante,
Che a tempo mander soccorso ai suoi:
Non dubitate, ognun torni a ferire,
Che la gloria de un forte (144)  un bel morire.
...
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98.
Ardubalasso intanto ed Oliviero
Cum furia estrema si affrontaro insieme;
Fer questo il pagan sopra il cimiero
Cum furia tanta e cum tal forze estreme,
Che poco men che nol cacci al sentiero;
Ma pur di doglia esterminata il preme,
E se non era allor l'elmo s forte
Condutto era Olivier pel colpo a morte.
...
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99.
Ma buona pezza stette strangosciato
Per quel gran colpo il paladin marchese,
E pregione era, se non era aitato
Da Ganelon che a forza lo difese;
Prese una lanza, e nel sinistro lato
Percosse Ardubalasso e a terra il stese,
Ch contra lui s inopinato venne,
Che 'l sarracino in sella non si tenne.
...
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...
100.
Resorse intanto il gran signor di Vienna,
E forte combattea col brando in mano;
Cos fa Gan che tocca e non accenna,
E questo occide e quel riversa al piano;
Ma non val lor cum brando e cum antenna
Ferir, che sol sono Oliviero e Gano
Or capi tra' cristiani in tal tenzone,
Preso (145)  Dudone, Astolfo e Salomone.
...
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101.
E Bradamante col suo Ricciardetto
Si pose in schiera come fu ordinato,
Per far col sir di Montalban l'effetto,
Che di sopra poco anzi io vi ho narrato;
Per il Danese che avea tal respetto,
Vuol che sia aiuto ai combattenti dato,
E in battaglia Turpin presto mandava
Cum la sua schiera di ordine la ottava.
...
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102.
E subito parl del fatto ordito
Contra' pagani al sacro imperatore,
Et ordinosse allor che Carlo uscito
Cum la sua schiera de ordinanza fuore,
L'inimico da un canto abbia assalito;
Sentendo in quella parte il gran rumore,
E inteso di Ranaldo il duro assalto,
In quella parte (146) allor debbia far alto.
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103.
Turpino intanto tanti fatti fece
Ch'io non ricordo e cum brando e cum lanza,
Che parve un fuoco entrato nella pece,
Che Dio li accrebbe il lustro e la possanza;
Tutte le schiere de' Cristian refece,
Tal che ciascun di lor prese speranza;
E in questo assalto de' forti cristiani
Gran danno e occision fu fra' pagani.
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104.
Ma Balugante manda Marcaluro
A soccorrer pagan gi posti in fuga,
Qual nequitoso e di superbia duro,
Dove entra li cristiani atterra e fuga;
Ma Ranaldo che vede il caso oscuro
Delli occisi cristiani, il fronte ruga,
E tratto il brando, se n'and dove era
Non distante Califa e la sua schiera.
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105.
Ranaldo avendo l'abito pagano
A Califa accostossi cum buon modo,
E dielli sopra il capo un colpo strano,
A guisa che si caccia in legno il chiodo;
Trovol sprovisto, e riversollo al piano,
Bench fusse quel re gagliardo e sodo;
N allora ebbe altro mal, ma il buon Ranaldo
Mostrossi allora di gran furia caldo.
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106.
E cum il brando mena gran tempesta,
E facea colpi fuor d'ogni misura;
A chi braccia tagliava, a chi la testa,
E chi fendeva insino alla centura;
E tanto l'occhio aveva e la man presta
Che facea a un tempo il danno e la paura;
Sempre gridando: adosso alla canaglia,
Che vincitor serem della battaglia.
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107.
Vedendo questo i sarracin smarriti,
Che non scian ci che questo dir si voglia,
E vedendo li morti e li feriti
Da s gran colpi, tremano qual foglia;
E se vi erano alcun delli pi arditi,
Che de offender Ranaldo avesser voglia,
Egli col brando s li acconcia e sbatte,
Che tutti o occide, o cum gran furia (147) abbatte.
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108.
Intanto Bradamante si scoperse
Cum li fratelli e la sua ardita schiera,
E le cristiane insegne al vento aperse
E entr per fianco dove Ranaldo era;
Questo quel stormo allor tutto disperse, (148)
Vedendosi assalito (149) a tal mainera:
Rest all'assalto ognun da se diviso,
Che assai spaventa uno empito improviso.
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109.
In altra parte (150) poco a quei distante
Mossessi (151) Namo e tutta la sua gente,
E ove  Tricardo allor (152) si trasse avante
Cum la schiera serrata arditamente;
Non vi fu (153) sarracin tanto constante
A cui non vacillasse allor la mente,
Vedendossi cos desordinare,
N pi si scianno in qual parte guardare.
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110.
Mosso non si  Doranio ancora contra
A' sarracin, ma tempo e luoco espetta,
Che se peggio a' cristiani non incontra,
Senza scoprirse spera la vendetta;
Vede che quanti il buon Ranaldo scontra,
Tutti col brando li investisse (154) e affetta,
Onde in lui spera, e ancor riposa alquanto:
Per posando anch'io fo fine al canto.
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CANTO 3.
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1.
Sforzassi (155) alcuno allo inimico porre
Cum forza il freno pi che cum ingegno:
Cos il vecchio Priamo e il forte Ettorre
Cercavano smorzare il greco sdegno;
Ma in altro modo si sforz Nestorre
E Ulisse ruinare il troian regno,
Pensando esser, l'un (156) saggio, e l'altro veglio,
Vincer cum senno che cum forza meglio.
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2.
Cos visto ho a' miei giorni (157) overo inteso,
Per non dar testimonio il tempo antico,
Esser Francesco re di Francia preso
Per senno pi che a forza dal nemico;
E pria doe (158) volte innanzi esser difeso
Francesco Sforza da chi gli era amico
Contra esercito (159) tanto e tanta boria,
Che forza non potea darli (160) vittoria.
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3.
Cum la prudenzia i suoi nemici amorza
Alfonso Estense, mio signore invitto, (161)
Che avendo men che 'l suo nemico (162) forza,
Hallo pi volte gi cum senno afflitto;
In stato  ancora, e non fia mai ch'il torza (163)
Da quello per timor, per fatto o ditto;
E in casi che niun mai l'aria pensato,
Nel suo seggio signor sempre  restato.
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4.
Io lassar de Julio i gran litigi
Contra di lui per seguitare il Gallo,
Zanniolo, (164) Ravenna, e li vestigi
Lassati alla Bastia per l'altrui fallo;
Lassar discacciato re Luigi
De Italia fuor, che anche bene Idio sciallo
Quanto el stato de Alfonso allor pendea, (165)
Scacciato essendo chi lo difendea.
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...
5.
Ma dir quando per crudel fortuna
Pregion rest Francesco re di Francia,
Che oltra che allor non fu persona alcuna
Che non bagnasse per dolor la guancia,
Io credo che pensasse anco ciascuna
Alfonso pi che mai stare in bilancia,
Per essersi s a lui fedel mostrato
Allor, quanto alcun mai tempo passato.
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6.
Ma cum prudenzia e suo nativo senno,
Oltra ogni fede e pensamento accorto,
Placato ha quelli che pregione il fenno,
Et ha il naviglio suo condutto in porto;
Cos far tutti i gran principi denno,
Che vincer fa talor prudenzia il (166) torto;
Cos cristiani per salvarsi il (167) regno
Vincer cercon per forza e per ingegno.
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7.
Io vi lassai che Namo era gi mosso
Contra la schiera di Tricardo altiero,
E che Ranaldo taglia insino all'osso
Quanti ne assalta pi che giammai fiero;
Gridando tutti ammazza, adosso adosso,
Estrema occision di pagan fero:
Alardo, Ricciardetto e la sorella,
Contra pagani ciaschedun (168) martella.
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8.
Dall'altro canto pur Doranio sorse
All'improviso contra i sarracini,
E lor tal tema nelle vene porse,
Che stimano che 'l ciel tutto rovini;
Fuge ciascun, ciascuno in frotta corse (169)
Per schifar li nimici a se (170) vicini;
Ciascun si pone in tal disordinanza,
Che solo nel fugire hanno speranza.
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9.
Marsilio, Panteraccio e li altri capi,
E Balugante, in fuga universale
Tutti son persi, e restano cum capi
Senza consiglio, e zucche senza sale;
Visti tutti fugir, Ranaldo i capi
Sol ferir cerca, e di lor sol gli incale;
Ai capi, ai capi, grida; e alla sua voce,
De' suoi ciascun mostrossi pi feroce.
Manca la continuazione
...
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10.
Non puote pur Fondran tacer, che al fine
Fu forza all'ira rallentare il freno,
E dir: Donque li miei di mie rovine
Son causa? ah Macon falso e di error pieno!
Veggio ch'in te non stanno le divine
Grazie, e quel ben (171) che mai non vien a meno;
Piena  tua fede di fantasme e sogni,
Io voglio seguir Cristo a' miei bisogni.
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11.
Allor lo suase il conte umanamente
Che battizar si voglia (172) al sacro fonte;
Che invero Orlando fu molto eloquente,
Et agli amici di benigna fronte;
Geloso della Fede, e assai prudente,
E per umilit volse esser conte,
Casto, fedele, paziente e pio,
E fu sempre vivendo in grazia a Dio.
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12.
Milon superbo, Fondrano e Grugnato,
I compagni Arideo e Rosadoro,
I figli di Arimonte dispietato,
Gi crudo Urcasto e il fedele Antiforo,
Per il parlar del conte onesto (173) e grato
Alla cristiana fe conversi foro;
Cum gran gaudio del conte e di Dio, stimo,
Si battizaro, e fu Fondrano il primo.
...
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13.
Galliciana, e tutta la cittade
Fu battizata allor per man d'Orlando,
Egli si affatic per caritade
Di battizarli, e averli (174) al suo comando;
Poi mosso dall'amore e da pietade
Dispose per Fondrano oprare il brando,
E in stato porlo, e per fe' gridare
Che ogni soldato debba in punto stare.
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14.
E dopo alquanti giorni partir fece
La gente (175) di Milone a questa impresa;
Lassar Galliciana ormai gli lece,
Poi che non teme pi d'alcuno offesa.
Ma a Feraguto ormai tornar mi dece,
Che gi tutta d'amore ha l'alma accesa,
E dalla ciambra ove era uscendo fuori,
Entr ne un campo pien di vaghi fiori.
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15.
Tutta fiorisce di erbe la pianura
Di colorite rose e zigli piena,
Avea di mirti intorno una verdura
Che vie pi ch'altro quella facea amena;
Cinto era intorno di merlate mura,
E da ogni merlo pende una catena;
Ardenti fuochi vi erano in pi bande,
Qual piccol, qual mezzano e qual pi grande.
...
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16.
Volava in quella (176) un pargoletto arciero
Quale avea dardi di piombo e di oro;
Quel fuga, questo fa l'amor sincero,
Come diversi da natura foro;
Vola (177) il fanciullo per quel piano (178) altiero,
E sagitta col stral spesso uno alloro:
Par che ferir quell'arbor (179) gli sia grato,
Faretrato, fanciul, nudo, orbo, e alato.
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17.
Eravi in mezzo un vago carro aurato,
Fatto non di opra umana, anzi divina,
Sol di rubini e di diamanti ornato,
E sopra vi sedeva una regina,
Di dolce aspetto e da ciascuno amato,
Adorna tutta di porpora fina;
Un pomo di or nella man destra avea,
Da un Troian l'ebbe,  questa Vener Dea.
...
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18.
Era di lieta ma di vista altiera,
Cum maniere legiadre e graziose,
Altra stagion non vuol che primavera
Lieta di odori e di fiorite rose;
Odia vechiezza, e sol nella sua schiera
Giovani sono, e lor dame amorose,
Lascivetti animali e verdi piante,
E in somma alcun non vuol che non sia amante.
...
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19.
Quattro destrier vie pi che sangue rossi,
Qual non si trovan mai nel correr stanchi,
Guidano il carr (180) da un dotto auriga mossi;
Senza alcun freno, e senza sproni ai fianchi
Altri li han visti, e fan lor gambe (181) e dossi
E code e colli (182) pi che neve bianchi;
Ma a Fera, ch'anch'esso fu in quel luoco,
Parveno rossi pi ch'ardente fuoco.
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20.
Sol li regge alla voce il saggio auriga,
E tienli e scioglie come cani al lasso;
N sempre scorre a un modo il bel quadriga; (183)
Ma talor corre e talor va di passo;
N sempre  il suo camin per una (184) riga,
Ma or poggia in alto et or dechina al basso, (185)
Talor sfrenato va, (186) talor modesto,
Or longe corre, et or (187) si afferma presto.
...
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21.
Per ciascuno una fiata il carro corre,
E mostra, anzi predice a ognun li amori
Quali esser denno, e quanto ognun trascorre,
E quai son fidi e quai falsi amatori;
E chi del suo servir de' frutto corre,
E chi ritrarne sol stenti e dolori,
Chi gran voglia d'amare, e chi non molta
Mostra a ciascuno il carro una sol volta.
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22.
Pur allor Feraguto (188) il vide in mezzo
Cum genti innanzi che facean gran feste;
Et altri vide ch'il seguian da sezzo
Cum occhi lacrimosi e faccie meste;
E questi sono che non trovan mezzo
A far lor voglie ad altri manifeste;
Sperano in vano, e tranno i pregi (189) al vento,
Vivono in servit, moiono in stento.
...
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23.
Ma la turba che innanzi al carro giva,
Che coglie del suo amor qualche mercede,
In ordini diversi si partiva,
E il maritale amor primo si vede;
Questo fra li altri florido gioiva
Di legitimo nodo e pura fede;
Vener li sguarda cum alegra faccia,
E i discordi fra lor a dietro scaccia.
...
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24.
Dopo seguiano i giovinetti amanti,
Che 'l nodo marital disiano insieme,
Che cum bei (190) soni e dilettevol canti
Chiamano (191)  (192) il frutto del lor sparso seme;
In vaghe foggie e 'n amorosi manti,
E nel farsi estimare hanno ogni speme,
Cum brette torte (193) e chioma tanto ornata, (194)
Che bastarebbe a Spagna innamorata.
...
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25.
Poi l'Amor giunto a qualche vituperio
Cum ordine li suoi avea schierati,
Secondo che distinguon l'adulterio
In semplice e composto, i dotti frati;
Chi  saggio noter tutto il misterio,
Senza ch'a pieno vui da me l'odiati;
Li ordini solo io vi dir, e l'amore,
Qual li altri seguir, ser il peggiore.
...
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26.
Prima vedeassi (195) il quasi adulterino
Secreto amor di vedovette belle,
Che allo adulterio si pu dir vicino,
Perch ancora al marito obligo han quelle; (196)
Escusabile amor, che 'l lor destino
Lassolle ahim! pur presto vedovelle,
Misto cum onest, suave amore,
Che dal bisogno vien pi che dal cuore.
...
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...
27.
Poi seguian quelli che de' dui solo uno
Amanti avean (197) col nodo maritale,
Che  semplice adulterio; e se ciascuno
Di essi ha quel nodo  poi composto male;
Composito adulterio a presso alcuno
Si chiama, errore a li animi mortale;
Questi seguian dapoi, tinti d'amore,
Che pi grato il piacer fa che l'onore.
...
.
...
28.
Seguivano dapoi li innamorati
Chierichi, preti et altri sacerdoti,
Vescovi, papi, cardinali e frati
Cum colli torti et abiti devoti;
Che dapoi che han li articul predicati,
E della Fede esposti i sensi ignoti,
Aman le suor cum tristo desiderio,
E ciascuno ha la sua nel monasterio. (198)
...
.
...
29.
Segue dapoi uno amor falso e reo,
Che accader suol, come tra figlio e madre,
Come Fedra per cui stracciar si feo
Ippolito sue membra alme e legiadre;
Come Canace am gi Macareo
Carnal fratello, o come Mirra il padre;
Sfrenato amore, e senza alcuna legge,
Che sol cum morte e strazio si corregge.
...
.
...
30.
Poi si vedeano a schiera (199) i pediconi,
Che sotto al mento altrui tenean la mano,
E nelle lonze cercano i bocconi,
E per stretto senter trovano (200) il grano;
E innanzi loro i patici gargioni
Stavano in atto disonesto e strano,
E di essere ciascun quel ch'appunto era,
E questi e quei mostravano alla ciera.
...
.
...
31.
Seguian dapoi quelli appetiti ingordi,
Privi d'umana e natural modestia,
Di vista ciechi, e di audienzia sordi,
Che amano boi o d'altra sorte bestia;
Privi de ogni ragion, sfrenati e lordi
Da indur sin nello inferno ira e molestia:
Pasifae la guida era fra loro,
Che senza freno si soppose a un toro.
...
.
...
32.
Veder si vi poteano anco altri amori,
Come gi di se stesso ebbe Narciso;
Di donna in donna, e di masturbatori,
Ma son pi che da dir da gioco e riso:
Ma pur vi n'era uno altro fra' maggiori,
Che chiuder fa le porte in paradiso,
Come  tra circumcisi e noi cristiani,
O siano ebrei o ver macomettani.
...
.
...
33.
Queste cum altre cose ch'io non narro,
Che longo fora a ben narrarvi il tutto,
Vide dinanzi a quello aurato carro
De Vener bella Ferra condutto;
N gi scrivendo favoleggio o garro,
Turpino il scrisse, ed egli a ci m'ha indutto:
E scrive ancor, che Feraguto allora
Rest come de ingegno e sensi fuora.
...
.
...
34.
Umil divenne il cavalier feroce,
Qual pecorella o mansueto agnello,
Tutto a Venere offerse il cuore atroce,
N d'altro che d'amar desidra quello;
Or pu domarlo una feminea voce,
Un legiadro sembiante, un viso bello,
Quel che non puote (201) mai asta (202) n brando:
Ma qui vi lasso, e a voi me aricomando.
...
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...
CANTO 4.
...
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...
1.
Chi spenger pu la Fada a Amor nemica,
Ai piacer suoi e al suo gioioso regno,
Fassi la madre sua Venere amica,
E modo trova ad ogni suo disegno;
Ma sol la pazienzia e la fatica
Pon far l'amante di tal grazia degno:
Queste son l'armi vere e scuto (203) e spada,
Che estinguer ponno la nemica Fada.
...
.
...
2.
Io vi lassai il franco Feraguto
Cum gran fatica e summa pazienza
Innanzi al carr di Citerea venuto,
A cui prostrato fece riverenza;
Vener dapoi che allor l'ebbe veduto
Cum tanta umilitade a sua presenza,
Accarecciollo assai, e come Dea
Previde quel che per lei fatto avea.
...
.
...
3.
E volta a lui cum suave guardatura,
Felice nell'amor, disse, serrai,
Poi che la strada mia fatta hai sicura,
Lieta e propizia a te sempre mi arai;
Nelle trame de Amor lieta ventura
Sempre, baron, vivendo troverai;
Che un ver servo d'Amor giamai non cade,
Cum fatica, pazienzia e umilitade.
...
.
...
4.
E allor la Diva graziosamente
Basar gli fece il bello aurato pomo,
Quello ch'in man tenea, se ancor vi  a mente,
Che far puote in amor felice l'uomo;
Gran virtude da quello (204) e grazia sente
Chi in servit d'Amore al giogo  domo,
E baccia il pomo che gi diede in mano
Elena bella a Paride troiano.
...
.
...
5.
La turba che dintorno a Vener stava
Ebbe di quel barone invidie estreme,
Vedendo quanto lui accarecciava
La lor regina, che molti altri preme;
N poco altri amatori antiqui agrava
Ch'esca tal frutto di s novo seme,
Che un s novello amante a Vener gionto
Tenuto sia da lei in tanto conto.
...
.
...
6.
Ella ch'intende il cuore, essendo Dea,
Come uom che sopra li altri ogni altro vede,
Lor secreti penser tutti intendea,
Che l'alto e divin lume il nostro eccede,
Cum celeste parlar cos dicea:
Dassi secondo il merto ogni mercede;
A voi ciechi non par, ma a me, che a lui
Mi dimostri benigna or pi che altrui.
...
.
...
7.
Taccio la causa: e a render (205) non son stretta,
Io che son Dea, ragione a vui mortali;
Come esso al fine vuol sue grazie assetta (206)
Ciascuno Idio, (207) e non come voi frali;
Anci flagello e gran tormento espetta
Chi ai Dei ascrive le iniustizie e i mali;
Costui me e voi ha preservato solo, (208)
N gli pu amor spiacer sendo Spagnuolo. (209)
...
.
...
8.
Ebbe compiuto appena il parlamento
L'alta regina, che li ardenti cuori,
E ogni servo d'Amor rest contento,
Mostrandollo (210) cum rose et altri fiori;
Mostravano al baron loro odio spento
Cum canti, cum fioretti e cum odori;
Ciascun l'onora, reverisce e loda,
E par che del suo ben gioisca e goda.
...
.
...
9.
Poi che fu da ciascun tanto onorato
Da ogni schiera d'amanti in suo ben mossa,
Da Vener fu il baron licenziato,
Che ad ogni suo piacer partir si possa;
E il partire al baron fu molto grato,
Desideroso di mostrar sua possa
Fra li erranti baroni, e a tempo e luoco
Goder felice in amoroso gioco.
...
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...
10.
Accompagnato fu per via secreta
Dalla nudata ninfa a lui compagna,
E pose quella a accompagnarlo meta,
Poi che condutto l'ebbe alla campagna,
Ch'ora  spaciosa e di verdura lieta,
N della Fada pi si duole e lagna;
Pi il palazzo non vi , ma il fiume, il quale
Per fattagion non fu, ma naturale.
...
.
...
11.
La ninfa allor da lui prese licenza
Cum riverente cura e bel sembiante;
Cos il baron da lei fece partenza,
Sperando a tempo esser felice amante;
E come cavalier di gran coscienza,
Ringrazi Macon di grazie tante,
E fece voto d'ogni menda netto
Andar dove sepulto  Macometto.
...
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...
12.
E prima che d'Amor mai cerchi frutto,
N di Venere assalti impresa alcuna,
Rivolse al suo Macon l'animo tutto,
Poi che difeso l'ha da tal fortuna;
Che quando in l'acqua al fondo fu condutto
Pens non veder mai pi sole o luna;
E stimossi, cadendo, al tutto morto,
Or ne ringrazi Dio poi che gli  sorto.
...
.
...
13.
Cos verso la Persia il cavaliero
Va armato a piedi, e non si mostra lasso;
Che, se vi  in mente, gi quel suo destrero
Dentro al palagio si converse in sasso:
Di replicarlo pi non fa mestiero;
Ma vada Ferra, che quivi io il lasso:
Di andare adagio assai tempo gli avanza;
Sonan le trombe, e son chiamato in Franza.
...
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...
14.
Gi son vicini l'uno e l'altro campo,
Come, Signor, vi dissi in l'altro canto;
Di assalirse ciascun menava vampo,
E gi incresce a ciascuno il tardar tanto;
E come il ciel della tempesta il lampo
Manda per segno, cos Ugiero il guanto
Mand in segno di guerra allo inimico;
Ma quel lo accetta, e non lo estima un fico.
...
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...
15.
La schier della avanguarda era innante,
Gi per tutto di trombe il suon si odea;
Da un lato Ugier, da l'altro Balugante,
Al combatter cum pregii ognun movea.
Or viene Artiro e Salomone aitante
L'un contra l'altro, come si solea
Combattere in quel tempo a schiera a schiera,
E sempre il capo il primo a ferire era.
...
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16.
Percosse Artiro il franco Salomone
Al scudo, e del destrer lo stese in groppa;
Ma alla visera il cristian barone
L'inimico pagan cum l'asta intoppa,
E la schena piegar lo fe allo arcione,
Tal che fu di cader pi volte in forse; (211)
Ma l'uno e l'altro immantinente sorse,
E a ferirse col brando a furia corse.
...
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17.
Tra costor cominziossi allor gran ciuffa,
E mescolossi l'una e l'altra schiera,
Crebbe in instante la mortal baruffa,
Che l'una e l'altra gente  ardita e fiera;
E questo quello, e quel questo ribuffa,
Alcun non  che non combatta e fera;
Come prima d'un fuoco talora esce
Un vampo, e un tratto poi subito cresce.
...
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...
18.
Artiro e Salomon fan mortal guerra,
E quello a questo il forte elmo martella;
Al primo colpo il gran cimier gli atterra,
E quasi il tolse a quel colpo di sella,
Ma un gagliardo non va s presto a terra;
Ira e vergogna il paladin flagella,
E sopra all'elmo l'inimico tocca,
Che gli fece tremare i denti in bocca.
...
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...
19.
Ma tanto fu delli altri la gran calca,
Che sopra a' dui baron cum furia abonda,
Che l'un da l'altro presto se defalca, (212)
Come due navi sparte il vento e l'onda.
O quanta gente allora si scavalca!
Ogni cosa (213) di sangue intorno gronda;
A chi  tagliato, et a chi suda il pelo,
E il gran ribombo suona insino al cielo.
...
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...
20.
Va Salomon correndo fra' pagani,
Come lupo fra il gregge, o in paglia fuoco;
Artiro atterra (214) e occide li cristiani,
E chiunque accoglie o more o campa puoco;
Una gran pezza stettero alle mani,
Che l'uno a l'altro non concesse il luoco:
Ma pel vigor di quei di Salomone
Si riculoro alfin quei di Macone.
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...
21.
Sforzassi Artir difender la bandiera,
Vedendo di cristiani il valor grande,
Ma in rotta fuge ormai tutta sua schiera,
Chi qua chi l per non morir si spande;
Minaccia Artir, biastema e si dispera,
Ma attender non puote egli a tante bande;
E Balugante che tal cosa vide,
Di soverchia ira e di vergogna stride.
...
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22.
E subito comanda al franco Odrido
Che la schiera seconda a guerra mova:
Mossessi quello, e credo alciasse (215) il grido
Insino al cielo allor la gente nova;
Ma Ugier, di Carlo capitanio fido,
Visto che l'ebbe, ai suoi gente rinova;
Mossessi Astolfo, e contra Odrido corse,
Ma alcun di loro ai colpi non si torse.
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23.
Trasse Pomella (216) il valoroso Anglese, (217)
Poi che ebbe fracassata allor la lanza,
E sopra a un amirante la distese,
Che allo Inferno mandollo a tor la stanza,
Gridando: state gente alle difese,
Ch'io sono il fior di cavalier di Franza,
Che per parol non resta far de fatti:
E gi tre morti n'avea 'n terra tratti.
...
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24.
Partenio occise, Validoro, e Iverso:
Al primo fesse il capo insino al petto,
E il secondo tagli tutto a traverso,
S come al terzo spicc il capo netto;
L'un Medo, Arabe l'altro, e l'altro Perso;
Vecchi i dui primi, e il terzo giovinetto:
N resta Astolfo, ma ferisce forte,
E chi scavalca, e chi conduce a morte.
Manca la continuazione
...
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...
25.
Maravigliosse assai Orlando allora
Di tal nazion di gente e sua natura;
Ma qui de lui vi lasser per ora,
Che anco di Carlo mi bisogna cura.
Stava l'imperator festivo ancora
Della vittoria avuta, e sol procura (218)
Adunar genti per la santa impresa, (219)
N fatica risparmia, o guarda a spesa.
...
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26.
Fra li altri un giorno fece un gran convito
Cum onorevol pompa alla regale,
E di tutti i Signor fu fatto invito,
Senza altra differenzia, universale;
Ove fu ognun trattato e riverito
Secondo il grado suo maggiore o eguale,
E tanto da re Carlo accarecciato,
Che ognun se ne part ben contentato.
...
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...
27.
Dopo il convito, il sacro imperatore
Mostr Cesarea liberalitade,
E in varii modi dimostr l'amore
Che ai suoi portava; a chi cum dignitade,
A chi cum roba, (220) a chi cum altro onore;
A chi dona castella, a chi cittade,
E a varii mostra variamente il cuore, (221)
Cum tal misura e tal providemento,
Che ognun di lui quel d rest contento.
...
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...
28.
Mentre era questo (222) nella regia sala,
Si vide un messagiero in fretta entrare, (223)
Quale era appena al sommo della scala,
Che Carlo il vide, e a lui il fece andare;
Subito quel li espose, come cala
Gualtier dal monte, e affretta il caminare,
Perch inteso ha che Carlo  in gran periglio,
E di affrettarsi ha preso per consiglio.
...
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29.
Cum lui  Desiderio di Pavia,
Che al Sepulcro seguirte si dispone,
Cum altri gran Signori in compagnia,
E seco viene ancor papa Leone (224)
Cum cardinali e magna chierichia,
Per annullar la lege di Macone;
Tutti, Signore, vengono a aiutarti,
E mi han mandato avanti ad avisarti.
...
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...
30.
Cos disse il messaggio, e dapoi tacque,
Per non passare del suo uffizio il segno;
A Carlo molto la novella piacque,
Per sua onoranza, e sicurt del regno;
Bench'i pagani ormai sian messi all'acque, (225)
Pur temea ancor non li movesse a sdegno
A rifar testa e ritornare adrieto,
E cum pi gente, sta col cuor pi quieto.
...
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...
31.
Idio ringrazia, e per molto catolico
Loda Leone allor summo pontifice,
Che a lui conduca favore apostolico,
Che cos spera fare opre mirifice;
E il culto di Macon, quale  diabolico,
Male ordinato e di pegiore artifice,
Estinguere ivi almen dove si vede
Sepulto il Fundator di nostra fede.
...
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...
32.
E subito rivolto ai baron tutti,
Comanda lor che in ponto ognun si metta,
E l'altro giorno a corte sian ridutti
Per andar contra (226) il pastor santo in fretta;
Non pur li gran signor, ma donne e putti
Ciascun di andarli si provede e affretta;
E par che Idio dal cielo, e i benedetti
Angeli insieme ognuno in terra espetti.
...
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...
33.
E cos far si deve, e potea farse
In quella et che avea fedel pastori;
Ma se or son l'alme di conscienzia scarse,
Causa ne sono i papi e loro errori,
Che a' nostri tempi attendono a ingrassarse
Tra le spurcicie e i vani adulatori,
Cum spesse simonie, cum tali imprese (227)
Che a vender son forzati insin le chiese. (228)
...
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...
34.
Cos in ponto si mosse il gran re Carlo,
E contra al papa and cum la sua corte,
Per farli reverenzia (229) e accarecciarlo,
Come a pastor convien di simil sorte;
And lontan sei milgia (230) ad espettarlo,
E farli compagnia dentro alle porte
Di Parigi, che espetta a grande onore (231)
Veder de' cristian l'alto pastore.
...
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...
35.
Andonli incontra fuora di Parigi
Col vescovo Turpino e preti e frati
Cum le lor croci, neri, bianchi e bigi,
Cum ricce (232) veste ben tutti adobati;
E d'ogni sorte (233) ch'ai divin servigi
Se usano paramenti riccamati,
Belle pianede e adorni piviali,
Cum rellique, cum calici e messali (234)
...
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...
36.
Intanto ecco trombette e tamburini
Mandare insino al cielo orribil suono;
Carlo l'odiva, e tutti i paladini,
E quanti gionti dove  Carlo, sono;
E odendo par che ognor pi s'avicini
Dove era Carlo il spaventevol tuono,
Quando a lui gionse uno altro messagiero,
Qual disse che vicino era Gualtiero;
...
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...
37.
Qual conduceva genti italiane
In aiuto di Carlo e del suo regno,
Genti fedeli, e tutte cristiane,
Che hanno Macone e chi l'adora a sdegno;
E che dipoi seguivan le romane
Genti, dove era Leon papa degno:
Possibil non fu allora che restasse
Carlo, s allegro fu, che non gridasse.
...
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...
38.
Cum gravit per Carlo gridava:
Viva la buona gente italiana;
Italia, dopo lui, ciascun (235) chiamava,
Viva l'Italia e la gente romana;
L'Italiani ogni baron lodava,
Che ora  stimata gente ignava e strana;
Barbari soli son che or prove fanno,
N Italiani ormai pi credito hanno.
...
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...
39.
Gi tutto il mondo dominar Romani,
E chi fusse Lucullo (236) e il gran Pompeo
Li Asiatici il sanno e li Affricani,
Mitridate, Tigrane e Ptolomeo;
Cesare in Franza et altri popul strani, (237)
E in tutta Europa gran prodezze feo;
E Sertorio e Camillo et altri molti,
Che qui per brevit non ho raccolti.
...
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...
40.
Or persa  tutta la memoria antiqua,
N quasi  pi chi lor vittorie creda;
Colpa di sorte di signori iniqua
Che a barbari l'Italia han data in preda,
Per lor discordie, e per seguir l'obliqua
Strada, in voler che l'uno a l'altro ceda,
Usurpar quel d'altrui senza ragione,
Di rovinar l'Italia oggi  cagione.
...
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41.
Lod l'Italia assai Carlo, che stato (238)
Vi era pi volte a difensar la Chiesa,
E l'italo valore avea provato,
Ch'era di gran contrasto e gran difesa;
E se ben Desiderio (239) avea domato
Cum altri assai, fu per lor dura impresa
Contra la Chiesa: e per comesso errore
Spesso ai gagliardi Idio tolle il valore.
...
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42.
Or se ne vien Gualtier da Monlione,
Qual fu galgiardo e nobil paladino,
Sollecito, e al suo re fedel barone,
E molto il loda nel suo dir Turpino;
Visto re Carlo, dismontoe d'arcione
Per onorar il figlio di Pipino;
Carlo abbracciollo, e gran feste gli fece,
Come fare alli suoi a un signor dece.
...
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...
43.
E cos fece a tutti li signori
Ch'erano cum Gualtier cum lieto viso;
Io non potrei narrare i grandi onori
Ch'a lor fur fatti, e le gran feste e il riso;
Intanto ecco il pastor delli pastori,
Ch'apre a suo modo e serra il paradiso:
Carlo, che cum le chiavi il gran stendardo
Vide, a smontare a piedi non fu tardo.
...
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...
44.
E al pontifice andando inginocchiosse,
Et umile bassogli (240) il sacro piede;
Il papa ad abbracciarlo allor si mosse, (241)
E la benedizion dapoi gli diede;
E sorgendolo (242) il papa alfin levosse,
E a ci che li comanda assente e cede; (243)
E per entrar cum quel dentro a Parigi,
Sopra il destrer mont senza letigi. (244)
...
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45.
Cos verso Parigi ognun se invia,
E il primo fu Gualtier da Monlione,
Che avea re Desiderio in compagnia
E tutta la lombarda nazione;
Poi delle guardie l'ordine seguia:
Dalla man destra  quella di Leone,
Dalla sinestra sta quella di (245) Carlo,
Ch'il suo (246) segue ciascuna, e vol guardarlo.
...
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46.
Da un canto stan le guardie, e non intorno,
E fan come due corna in quel confino;
Da destra stava (247) di belle armi adorno
Al papa un stormo di Roman vicino;
Poi si vedeva dal sinistro corno
A lato a Carlo ogni suo paladino,
Allora alla sua guardia deputato,
Ciascuno adorno e di belle armi armato.
...
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47.
Poi seguiva Leon cum viso lieto
Armato in sella in abito viandante, (248)
E Carlo apar cum lui, ma pur pi indrieto
Tanto ch'il papa si pu dir pi avante;
Cos fu allor quello ordine discreto (249)
Cum misterio e ragion molto importante;
Ch minore  del papa, ma maggiore
D'ogni altro al mondo,  poi l'imperatore.
...
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...
48.
Armato stava in abito pomposo
Re Carlo allora (250) riccamente adorno,
E sembr in vista degno e glorioso
Re de' Romani e imperator quel giorno;
Parlando insieme e ognun di lor gioioso
Del danno de' pagani e di lor scorno,
Della vittoria da re Carlo avuta, (251)
Ch sempre Cristo chi in lui spera aiuta.
...
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49.
Dopo seguiano insieme i cardinali
Adorni d'armi per la fe di Cristo;
Non come a questa et, per (252) strazi e mali
De innocenti signori, e ingordo acquisto,
Per scacciar di lor terre i naturali
Signori, a fin d'uno appetito tristo,
Seguian il papa; e dopo un capitano,
Quale era vice senator romano.
...
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...
50.
Era di Orlando (253) quel loco tenente,
Che era in quel tempo roman senatore,
E lassava in sua vece, essendo assente,
Un patrizio roman di gran valore,
Il qual guidava tutta la sua gente,
Giovene ardito e di animoso cuore,
Di quella proprio illustre nazione, (254)
Che era il suo nome escelso Scipione. (255)
...
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51.
Vinte milia e seicento avea costui
Sotto il stendardo della Santa Chiesa,
Che tutti andavan volontier cum lui
Per scuto della Fede e sua difesa,
E non per usurpar stato de altrui,
Ma contra l'infedeli  loro impresa:
De tutta l'altra gente deretani,
S come un retroguardo, eran Romani.
...
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52.
Cos van tutti: e sol Leone e Carlo (256)
Fra lor si grida, si desidra e noma.
Questo l'ordine fu, n da me parlo,
Ma in scriverlo Turpin prese la soma;
La colpa  sua, se ben non seppe farlo:
Non saprei dir se a questi tempi in Roma
Li esperti mastri delle cerimonie
Tali ordinanze stimariano idonie. (257)
...
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53.
Gionsero in fine alle sbadate (258) porte
Di Parigi, citt magna e regale,
Ove  cum preti e frati d'ogni sorte
In abito Turpino episcopale;
Tutti cantando psalmi et inni forte
Tanto, che sino al ciel la voce sale,
Inanzi a tutti si vedean (259) cantare,
Come in procession si suole andare.
...
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54.
Dentro a Parigi si sentian campane
Cum segno di allegrezza al ciel sonare, (260)
Tante trombe e tambur che lingue umane (261)
Non bastarian, volendolo esplicare;
Arpe, liuti et altre cose strane
Se odivano cum grazia armonizzare,
Musiche cum canzoni (262) e bei mottetti
Cum arie belle, e contrapunti elletti.
...
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55.
Grande allegrezza fan fanciulle e donne,
E al beato pastor debiti onori;
Adorne eran le dame in belle gonne
Cum diversi ornamenti e bei colori;
E quante lo vedean serve e madonne,
Spargevano in suo onor diversi fiori
Cum odorifere erbe e naturali
Sopra il capo a Leone e i cardinali.
...
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56.
Entrati in la citt, subito andaro
Alla prima lor chiesa catedrale,
E Dio, come si suol, prima onoraro
Carlo, il pastore et ogni cardinale;
N si volse mostrar di grazia avaro,
Se ben veste non ha pontificale,
A quel populo (263) allor papa Leone,
Che a tutti diede la benedizione.
...
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57.
Doranio fatto poco anzi cristiano,
Di tal cospetto non si pu saziare,
N vorrebbe esser come gi pagano
Per quanto tien la terra e cinge il mare;
Il viver di cristian gli pare umano,
Natural, justo, come dessi usare;
Cum cerimonie che hanno in se ragione,
Qual non si trova in quelle di Macone.
...
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58.
Poi che fu reso a Dio debito onore,
L'entrata fero nel real palagio
Carlo e Leone, e ogni altro gran signore
Fu consignato ove pu stare ad agio;
Alloggi parte drento e parte fuore,
E non fu chi patisse alcun disagio.
Ma posino a lor modo, che piacere
Hanno essi di posare, io di tacere.
...
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CANTO V.
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1.
Chi veder vole un bel giardino ameno,
Che sia de' riguardanti allo occhio grato,
De ordini il veggia e varietadi pieno,
Ch cum tal variar si fa pi ornato;
Cos un poema sta n pi n meno,
Che esser de' vario in tutto et ordinato;
Cos varia il pittor col suo pennello,
E per il variare il mondo  bello.
...
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...
2.
Per, Signor, se bene io vi parlai
Poco anzi di re Carlo e di Leone,
Bene alloggiati tutti io vi lassai
Di careccie, di cibi e di mesone, (264)
E parmi aver di lor parlato assai;
Sicch tornare io voglio al fio (265) d'Amone,
Qual per amore ha l'anima gioconda,
Cum la sua bella e umiliata Ismonda.
...
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...
3.
Avea Ranaldo ormai s intenerita
E scaldata d'amor la bella dama,
Che l'uno e l'altro come la sua vita,
E il cuor del petto suo si aprezza et ama;
Non  la dama pi nel cuor smarrita, (266)
Ma tacendo conferma, e l'amor brama;
Ranaldo di scaldarla mai non resta,
L'abbraccia, l'accareccia, e falle festa.
...
.
...
4.
Ma mentre stan li amanti in tal diletto,
N pi la dama ormai fa resistenza,
E sperano d'amor l'ultimo effetto,
N vi  chi lor ne faccia conscienza,
Entrar li fece in subito suspetto
Un rumor grande, e strana appariscenza
Ch'ivi comparse (267) e fe' sorger Ranaldo,
Che era in quel punto tutto d'amor caldo.
...
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...
5.
La dama non men presta in piede sorse,
Insieme vergognosa e tremebonda,
Subito apresso al suo Ranaldo corse,
Come dir voglia: guarda la tua Ismonda;
Ma ben presto Ranaldo le soccorse.
Ma voglier (268) mi bisogna a una altra sponda,
N dir vi posso or questa istoria tutta,
Che meglio gusta il ber bocca pi asciutta.
...
.
...
6.
Io vi lassai s come Bradamante
Seguito avea Ranaldo: per trovarlo
Passati ha i Pirenei, (269) e va pi avante,
Che al tutto si  disposta a seguitarlo;
Volse il camin pigliar (270) verso Levante,
Che anco Ranaldo spesso solea farlo;
Poi come spinta da furor divino (271)
Verso la Spagna prese il suo camino. (272)
...
.
...
7.
E longamente nella Spagna errando,
Or nella Catalogna, ora in Castiglia,
Pur di Ranaldo va sempre cercando,
E cerca l'Aragona e la Siviglia;
Di cercarlo non resta, e nol trovando
Verso Valenza alfine il camin piglia,
Pi presto non sapendo ove si andasse,
Che di veder la terra desiasse.
...
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...
8.
E quasi apresso alla cittade essendo,
Vide uscir fuori una gran gente armata,
E in mezzo a quella sopra un carr (273) piangendo
Cum l'una e l'altra man drieto legata
Era una dama, quale a fuoco orrendo
A morir crudelmente (274)  condennata;
E s pietosa piagne, (275) e aiuto impetra,
Che mosso aria a pietade un cuor di pietra.
...
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...
9.
Cum una benda aveva la donzella
Legati li occhi, come allor si usava,
Che non vedendo il suo tormento quella,
Cos forse il morir manco le agrava;
Per bench'essa fusse in viso bella,
Per quella benda allor nol dimostrava;
Ma pietosa era nel suo pianger tanto,
Che gentil si mostrava insin nel pianto.
...
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...
10.
Bradamante che amor (276) la dama vede
Fra gente tanta, et ode lamentarla,
La causa di tal cosa a un pagan chiede,
Qual le rispose che volean brugiarla,
Ne pi (277) risposta poi a quella diede;
Ma Bradamante che ode lamentarla, (278)
Soffrir non puote, e la visera abbassa,
La lanza arresta e contra al capo passa.
...
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...
11.
Era capo di quelli un mascalzone
Maggior de li altri pi d'una gran spana, (279)
Largo in le spalle, e grosso di ventrone,
Tagliato ha il viso, e guardatura strana;
E sin nell'ossa, a dirlo, era poltrone,
Che ha 'l corpo grande, e il cuore di puttana;
Ma in tutta Spagna mai non fe' natura,
Quanto era in quello, la maggior bravura. (280)
...
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...
12.
Tutto era armato di armatura bianca,
E sopra li altri di statura avanza;
Or Bradamante, quella dama franca,
Verso di quello accosta la sua lanza;
E proprio al petto nella parte stanca
Il ferr (281) li pose cum tanta possanza,
Che pi di un palmo lo pass di dietro,
Come di giaccio fusse o fragil vetro.
...
.
...
13.
Poi subito recossi in man la spada,
E al resto di color cacciossi adosso;
Non cos secator atterra biada,
Quanto essa di color fa il terren rosso;
Scampale ognun davanti e fale strada,
Che quanto gionge taglia insino all'osso;
Tal fende al petto, e tale alla centura,
E chi non gionge, caccia di paura.
...
.
...
14.
Fu in breve spazio sbarratato il piano,
E abbandonato cum la dama il carro;
Fug ciascuno che volse esser sano,
Morto quel capo lor poltron bizzarro;
E nell'arcion la dama cum la mano
Trassessi presto pi ch'io non vel narro;
E via fugendo quella dama porta,
E cum parol la inanima e conforta.
...
.
...
15.
Lontana da Valenzia la condusse,
Sempre (282) spronando forte il suo destrero,
Tanto che esistim che salva fusse,
N pi di essere offesa ebbe pensero;
E in ripa a un fiume appunto la ridusse,
Ove era naturale un bel verzero
Di mille frutti et erbe delicate,
Vaghe di sua verdura, e di odor grate. (283)
...
.
...
16.
Ivi slegolla, e gli occhi le disciolse,
E in terra dall'arcion repose quella,
E alquanto reposarse anch'essa volse,
E allor d'un salto si lev di sella;
Dapoi la dama apresso si raccolse,
Guardolla in viso, e ben le parve bella,
Che per la benda che avea a li occhi involta,
Bellezza le era e la apparenzia tolta.
...
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...
17.
E subito piet di quella prese
Maggior che pria la forte Bradamante,
E all'altra dama chi fusse chiese,
E qual cagion la indusse a pene tante;
Quella che sempre Bradamante crese
Esser non donna, ma barone aitante,
Rimase del suo onore in gran suspetto,
E pi d'un gran suspir gitt dal petto.
...
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...
18.
Poi le rispose: Sapi, cavaliero,
Che per mio ben da Dio fusti mandato,
Che di ci che mi chiedi io dir il vero,
Che molto ben da me l'hai meritato.
Ma perch dirvel poi pi ad agio io spero,
Queste per or vi lasso in quel bel prato,
Che poi fur, per averle nelle mani,
Assai cercate da' Valenziani.
...
.
...
19.
Le dame io lasso et a Ranaldo io torno,
Che disturbato fu dal suo piacere,
N fu s lieto mai quanto quel giorno,
Se si potea la dama allor godere;
Onde restonne cum disconzo (284) e scorno,
Che ben perfetto non si puote avere;
E subito al rumor recossi in mano
La sua Fusberta il sir di Montalbano.
...
.
...
20.
Riguarda quello, e vede gi da un monte
Scendere un toro fra tre vacche belle,
E un pastor grande, che di fresco monte (285)
Tutte le aveva, seguitava quelle,
Che avea un solo occhio in mezzo della fronte,
N gi vi scrivo favole e novelle;
Che grande era quello occhio a ponto a ponto
Quanto quatro comuni a giusto conto.
...
.
...
21.
Questo non creder qualche vulgare,
Che poco sale nella zucca serra,
Ch sol d fede a quel che all'occhio appare
Il vulgo ignaro che vaneggia et erra:
Come che a un cieco descriveste il mare
Quanto sia grande, e i monti (286) della terra,
E la torr (287) di Babel, e che vi  gente
Che tutta  nera, crederebbe niente.
...
.
...
22.
Ma talor pi ragion che 'l senso vede,
Ch lo intelletto  di maggiore altezza,
E i mostri di natura esser concede,
Anci pi volte il sentimento sprezza;
Chi crederia che 'l sol, che par de un piede
A nui che siam qua giuso, di grandezza
Della terra maggior sia per natura
Centosessantasei volte (288) a misura?
...
.
...
23.
Se creder non volete ai scritti miei,
Prestate fede almeno al buon Turpino:
Credete il ver, ch'il falso io non direi,
Non son greco bugiardo, ma latino;
Chi crederebbe la essenzia di Dei,
La providenzia e lo ordine divino?
La fede  sol del certo incerto a nui,
Credete mo' quel che ne piace (289) a vui.
...
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...
24.
Ora tornando al mio primo proposto,
Le vacche costui guida alla campagna,
E come sopra vi narrai, composto
Longamente pastor, nasciuto in Spagna;
Ma di veder la Franza era disposto (290)
Che del steril paese assai si lagna,
Quale  gran parte nel paese ispano,
Per se n' partito, e va lontano.
...
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...
25.
E dove era Ranaldo cum Ismonda
Apunto apunto si trov per caso;
Ranaldo che sua sorte assai gioconda
Sturbar si vede, e n' privo rimaso,
Tanto si sdegna, e tal furor gli abonda
Che foco soffia per la bocca e naso;
E cum Fusberta in mano a gran furore
And Ranaldo contra a quel pastore.
...
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...
26.
Pi non si mosse allor quel rozzo e brutto
Pastor, come ivi alcuno non vedesse,
E che securo si trovasse in tutto,
O contra a lui un fanciullino avesse;
E mossessi (291) il gran tor (292), quale era instrutto,
Che se in lor danno alcuno si movesse,
Debbia quel toro cum le corna urtarlo,
E cum quel colpo occiderlo o atterrarlo.
...
.
...
27.
Mossessi il toro allor cum gran rovina,
E a un urto rivers Ranaldo al piano,
Proprio nel ventre cum la fronte china
La bestia gli ferm quel colpo strano;
Tramortito  Ranaldo, e la meschina
Ismonda piagne e si lamenta in vano,
Che subito il pastor quella pigliava,
E in mezzo alle tre vacche la cacciava.
...
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...
28.
Come una belva fusse o un'altra vacca,
Innanzi si cacciava Ismonda bella,
E cos nell'onor la offende e smacca,
Che assai pi che 'l timor molesta quella;
Nel cuor dogliosa, e gi nel pianger stracca
Non ardisce gridar, n pur favella,
Per che se piangesse, avea timore
Che 'l tor non la offendesse o quel pastore.
...
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...
29.
Cos lassando oppresso il suo campione,
Ismonda fra le vacce (293) caminava,
Il mostro che chiamato era Burone,
A un folto bosco oscuro la guidava;
La giovane tra se chiama Macone,
Ma nulla alla meschina allor giovava;
Prima tre or che fusse risentito
Stette Ranaldo in terra tramortito.
...
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...
30.
Ma poi che fu risorto, a Ismonda (294) il core
Subito volse et ogni suo (295) pensero,
Come colui che le portava amore,
E per cercarla ascese il suo destrero;
N la vedendo, scoppia di dolore,
Che pur potette assai, a dire il vero:
Maledisse il pastore e la fortuna,
E intanto giunse allor la notte bruna.
...
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...
Manca la continuazione.
...
FINE.
...
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...
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NOTE AL TESTO:
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 (1) E cos ci  parso doverlo intitolare, quantunque nel corso dell'opera il Poeta chiami sempre RANALDO, ed una volta Rainaldo, l'eroe del poema, che nel Furioso  nominato Rinaldo. N pu cader dubbio che sieno due personaggi diversi, venendo sotto ambedue le denominazioni ciascuno qualificato per figlio d'Ammone paladino di Francia, Signor di Montalbano e fratello di Bradamante; cosicch di tal cambiamento non pu addursi per causa che il buon piacere dell'Autore.
 (2) Venezia 1551, presso il Marcolini a pag. 82.
 (3) Opuscoli del Caloger vol. XII pag. 143 a 214.
 (4) Ora V. per le ragioni addotte a pag. 2I.
 (5) Qui sbaglia il Baruffaldi, perch Bradamante non era donna di Rinaldo, ma sorella di esso e di Ricciardetto.
 (6) Ed una di nove, potea aggiungere.
 (7) Nel primo foglio che serve di guardia al Codice si legge di non antico carattere: Questo fu scritto dall'Ariosto, dopo il 1512, perch descrive la gran battaglia seguita in Ravenna nel detto anno, vinta dai Francesi per opera del Duca Alfonso Primo, descritta dal Sardi nel lib. 2 della sua storia. Nell'altro foglio poi che forma la guardia in fine, si legge il seguente attestato:
Ferrara 30 Gennajo 1840.
Attesto io sottoscritto Bibliotecario della pubblica Biblioteca di questa citt, che le qui unite carte num. trenta di stanze 244, alcune delle quali imperfette, contenenti parte d'un poema inedito dell'Ariosto intitolato il Rinaldo, di cui parla il Baruffaldi Vita dell'Ariosto alle pagine 172-3, recandone saggio alle pagine 310-14, sono scritte di mano di Lodovico Ariosto, avendone io fatto il confronto tanto col poema intitolato Orlando furioso, che colle Satire, e con altri scritti, che autografi si conservano in questa pubblica Biblioteca; e per convalidare vieppi questa mia attestazione vi ho posto il sigillo di questo pubblico stabilimento presenti i sottoscritti testimonj consultati nel confronto.
* Don Pietro Caprara
* Don Giuseppe Antonelli Vice Bibl. Testimonio
* Don Gaetano Ortolanini Aggiunto alla Bibl. Testimonio
* Andrea Borgonzoni maestro di Calligrafia
* Benedetto Giovanelli Custode.
Ad onta per di questa solenne ed ingenua testimonianza di persone per ingegno e per probit commendabilissime, non son mancati certi cotali che da quell'oscurit che  la loro atmosfera hanno cercato, da bassa invidia o da crassa ignoranza mossi, di sparger dubbiezze sulla originalit del nostro Codice. Noi condoniamo loro il misero tentativo di nuocerci, perch li uomini di sano giudizio faranno la nostra vendetta coi plausi, e perch  rimasto ad essi tanto pudore da non volere, quantunque invitati e provocati, far pubblica la loro sentenza, per tema, ci crediamo, che non divenisse quel che fu a Mida il motto susurrato alla terra dal di lui barbiere. Per da buoni Cristiani preghiamo il Cielo che a tali giudici apra li occhi corporali, e spiani e raddirizzi le loro menti storte e contraffatte.
 (8) V. questa prefazione a pag. XI.
 (9) La stampa di questi Frammenti col fac-simile del carattere dell'Autore speriamo che ecciter i bibliotecari ed i possessori di antichi manoscritti di poesie sconosciute ed anonime a fare degli studj e delle ricerche per entro ai medesimi, e ad istituire dei giusti confronti; e chi sa che un giorno qualcuno pi avventurato di noi, seguendo la via che abbiamo aperta, non giunga a completare questo lavoro?
 (10) ROMA, Tipografia delle Belle Arti 1835.
 (11) ciuffa per zuffa.
 (12) cum per con qui ed altrove costantemente.
 (13) cade per cadde.
 (14) Anci per anzi qui ed altrove.
 (15) N il ciel credette aver gi secondo.
 (16) Trovansi in questi Canti troncate molte voci di due e di tre sillabe, che regolarmente non consentirebbero il troncamento; per non mancano esempi tra gli antichi rimatori di quest'uso pi che licenza, che non si riferiscono per brevit; e le pi comuni sono: col per collo, car per carro, tor per torre, lor per loro, don per donna, fal per fallo; parol per parole; schier per schiera; fer per ferro; le quali si notano qui tutte insieme per non ripeterle ai luoghi respettivi.
 (17) accade per accadde.
 (18) cade per cadde.
 (19) ciambra per camera qui ed altrove.
 (20) frissata per fregiata, adorna.
 (21) rada per rara, straordinaria.
 (22) Fada per fata, maga, dallo spagnuolo Fada o hada.
 (23) E sol cercava acci.
 (24) Don per donna.
 (25) gran core.
 (26) distolte per liberate.
 (27) Ninfe io son la prima.
 (28) Che cos dette son le ninfe d'acque.
 (29) E credo il mio servir non gli dispiacque.
 (30) La tua impresa da lei fia meritata,
Qual viepi  (credo) che ogni altra gli piacque.
 (31) Per dimostrar.
 (32) Fu crocifisso.
 (33) ogni altro Deo.
 (34) nuoi e vuoi per noi e voi qui ed altrove.
 (35) sci per so qui ed altrove; sciai e sci, scianno per sai, sa e sanno. Il Bojardo cant: Ben scio certo che pria.... Ben sci ch'io sosterrei  (Sonetti e Canzoni, Milano 1845 pag.32).
 (36) Toccavassi per Toccavasi.
 (37) Ferra.
 (38) Stanza mancante del sesto verso.
 (39) fa scordarli.
 (40) dama.
 (41) puoco per poco qui ed altrove.
 (42) E a ogni sfrenato cuor.
 (43) Come in lucerna.
 (44) Quella spoglia mortal dal d che in fasce.
 (45) Ella.
 (46) Bastammi per Bastami.
 (47) Esser propizia.
 (48) puoi per poi qui ed altrove.
 (49) dicerne per discerne.
 (50) ricerca.
 (51) Son disposto, dama, condurmi. Condure per condurre, in grazia della rima. Dante cantava: La mente innamorata che donnea Colla mia donna sempre, di ridure Ad essa gli occhi pi che mai ardea.
 (Parad. C. 27 v. 88-91).
 (52) tornarmi bisogna.
 (53) Quale era direttiva al magno conte.
 (54) cio Orlando.
 (55) mirando.
 (56) sciolsella per sciolsela. Verso mancante di due sillabe.
 (57) chi la manda.
 (58) E pregate che come la passata, Questa altra notte sia da te trattata.
 (59) il vero.
 (60) diedi l'amore e l'alma.
 (61) e di me resti sazio.
 (62) il d potevi rivedermi.
 (63) non crederia.
 (64) Verso con una sillaba di pi.
 (65) Non che l'usasse, ma pensar potesse, Di usarlo, alcun non sci che lo credesse.
 (66) sapeva di quel caso.
 (67) E ridente il baron s'estima.
 (68) accarecciar per accarezzar.
 (69) presella per presela.
 (70) Dovrebbe invece leggersi levante.
 (71) Piacemmi per piacemi.
 (72) Conoscessi per conoscesi.
 (73) Aver il cervello dove la civetta ha il gozzo, vuol dire non averne.
 (74) Cos non ti vergogni, e mi.
 (75) partito per scommessa.
 (76) parangone per paragone, prova; dall'antico francese parangon; ripetuto in seguito.
 (77) debbassi per debbasi.
 (78) detto ha.
 (79) facciammi per facciami.
 (80) cio, chi dice ch'io non ho cervello, indovina peggio di quello che non veda io.
 (81) Il sdegno.
 (82) Volsessi per vollesi.
 (83) Muta l'effigie.
 (84) dolor.
 (85) e dentro.
 (86) uso per usato, avvezzato, adoprato.
 (87) articola, cio, dimostra minutamente.
 (88) Azael e la Clavicola, titoli d'opere di Magia e Negromanzia.
 (89) cio, per la via pi comoda che pu.
 (90) allestra per allestisce, prepara.
 (91) nome del folletto o demone lasciato in sua vece da Malagigi, chiamato da Dante Libicocco Inf. C. 2I.
 (92) Per prenderlo pregion.
 (93) L'armata turba de Galliciana.
 (94) Orlando vien dai poeti e romanzieri dipinto come guercio o strabo.
 (95) metaforicamente per li percuote.
 (96) Chi se gli fe' vicin, stavan lontani.
 (97) abaglian per abbaiano, latrano.
 (98) in frotta.
 (99) pi stravagante, pi bizzarro.
 (100) mostrar sua forma al conte.
 (101) questo uno.
 (102) E mentre per la ciambra un gran fracasso.
 (103) balci per sbalzi, salti.
 (104) cio quando la grandine cade con tanta furia da sbucciare i salci.
 (105) ponto pose quel che in ne le.
 (106) cio, e se non fosse accaduto che la regina ne era molestata.
 (107) latino per sono; e ci per dar maggior solennit all'esorcismo.
 (108) cio, grid all'asino.
 (109) volse per volle come altrove.
 (110) Calcabrino demonio nominato da Dante  (Inf. C. 2I e 2II).
 (111) Mossessi per Mossesi.
 (112) per gagliardi qui ed altrove.
 (113) Movendossi per Movendosi.
 (114) Che il gett a terra, e non gli fece peggio.
 (115) Camilla e Pentesilea, valorose eroine rammentate da Virgilio.
 (116) cio vi sparpaglio, vi dissolvo.
 (117) da voi.
 (118) uccide.
 (119) quello.
 (120) cio ristringa, rimpicciolisca.
 (121) Che tutte le smarisse, anci le occide, Cos la dama i sarracin divide. Tal sono a parangon de altri men forti Contra pagan la dama e Dudon sorti.
 (122) Si sforzano portar vittoria e vanto.
 (123) spenti per spinti.
 (124) latinamente per pena.
 (125) per caccia, spinge.
 (126) Il gigante la sua nell'elmo ferma.
 (127) Al buon Dudone.
 (128) Non volse il cavaliere in quel drapello.
 (129) ello.
 (130) da Ranaldo mutato.
 (131) schismo, metaforicamente per l'atto di staccarsi donde si trovava, e scagliarsi addosso a Rinaldo.
 (132) de fuga, cio precipitosamente.
 (133) parossismo, termine di medicina, esacerbazione.
 (134) cio, risponderle coll'armi.
 (135) alciata per alzata.
 (136) troncamento licenzioso.
 (137) cazza per caccia, fuga.
 (138) L'ordine di.
 (139) e il suo.
 (140) Cum trenta milia.
 (141) Primo a ferir.
 (142) secco per seco.
 (143) e grida Bradamante.
 (144) de un forte l'onore.
 (145) Che preso.
 (146) Ordine fu.
 (147) o vero al tutto occide o in terra.
 (148) Allor pagano alcun pi non sofferse.
 (149) L'assalto..... tradito.
 (150) Dall'altro canto.
 (151) Mossessi per mossesi.
 (152) dove Marcallar.
 (153) fu allor.
 (154) investisse cio investisce o meglio investe.
 (155) per sforzasi.
 (156) quel.
 (157) Il fatto cui qui si allude, come gli altri avvenimenti accennati nelle St. 3. 4. V. e 6. son toccati nell'Orlando Furioso Canto 3. St. L3. L4. LV. Canto X4. St. II. e seg. C. 33. St. 40. e seg. e ne parlano il Guicciardini nella Storia d'Italia lib. 8 e 9, e il Giovio nella vita d'Alfonso d'Este.
 (158) tre.
 (159) E posto in seggio cum.
 (160) Che sol prudenzia gli don.
 (161) L'inclito Alfonso Estense signor mio.
 (162) contra a chi di lui ha maggior.
 (163) per rimuova.
 (164) Ravenna, Zanniolo.
 (165) Quanto di Alfonso fu la sorte rea.
 (166) Che 'l vincer a ogni via non fa mai.
 (167) salvar lor.
 (168) cum furor.
 (169) E Balugante allor tosto soccorse.
 (170) lor.
 (171) il favor.
 (172) il capo si lavasse.
 (173) ardente.
 (174) li ebbe.
 (175) L'esercito.
 (176) Stavali in mezzo.
 (177) Va.
 (178) quelle stanze.
 (179) Quell'arbor sagittar par.
 (180) troncamento licenzioso, come fu avvertito.
 (181) colli.
 (182) gambe.
 (183) quadriga, nel genere mascolino, manca d'esempio.
 (184) dritta.
 (185) Ma in alto va talora e talor basso.
 (186) Va sfrenato talor.
 (187) Tardi talor, talor.
 (188) Feraguto allora.
 (189) tranno i pregi, cio, gittano i preghi.
 (190) Cum dolci.
 (191) Sperano.
 (192) implorano, invocano.
 (193) con berrette su una parte, cio alla smargiassa.
 (194) pettinata.
 (195) per vedeasi.
 (196) Perch fur, bench non sian, nupte quelle.
 (197) tien.
 (198) Quello che dicesi qui con poca reverenza del costume degli Ecclesiastici, non vuolsi prendere a rigore, ma qual vivacit poetica, sebbene alquanto abusivamente satirica, alla quale per essi pure non mancavano forse di dare appiglio, se si consideri la corruzione grandissima di quei tempi. Inoltre la libert colla quale, per mancanza di clausura, i preti ed i frati conversavano colle monache, dava campo ai maligni ed ai belli spiriti di interpretar sinistramente la loro innocente familiarit; S. Chiesa per pose riparo a queste cause di scandalo, santamente provvedendo alla esemplare riforma claustrale.
 (199) ciera.
 (200) cercano.
 (201) puote per pot.
 (202) lanza.
 (203) lanza.
 (204) dal pomo.
 (205) non vi rendo.
 (206) Come Idio vole sue mercede assetta.
 (207) Come Dio vole - Come esso alfine.
 (208) difeso ha con sua mano.
 (209) essendo Ispano.
 (210) per mostrandolo.
 (211) verso con rima sbagliata.
 (212) cio, si distacca, si divide.
 (213) Di sangue.
 (214) occide.
 (215) andasse.
 (216) nome della spada d'Astolfo.
 (217) Anglese per Inglese.
 (218) a gran ventura.
 (219) cio, la conquista di Gerusalemme e del S. Sepolcro.
 (220) Chi cum offizii.
 (221) verso di soverchio alla stanza.
 (222) Mentre che questo.
 (223) Facea re Carlo, gionse un messaggiero.
 (224) Leone 3.
 (225) cio ridotti a mal punto.
 (226) cio incontro.
 (227) gran rapine.
 (228) Se  riprovevole la libert che qui usa il Poeta riprendendo alcuni abusi, che pur sfortunatamente s'introdussero nella Corte Romana in tempi lacrimevoli per S. Chiesa, si prega il Lettore a non volere esser con esso pi rigoroso di quel che questa pietosa Madre si mostr verso Dante, il Petrarca ed altri gravi scrittori ortodossi; perch ad onta di tante zizzanie seminate nella mistica vigna, portae Inferi non praevalebunt adversus eam, e la pietra angolare su cui Ges Cristo fondava la Chiesa in aeternum non commovebitur.
 (229) onore.
 (230) per miglia.
 (231) Della adorna cittade di Parigi.
 (232) cio ricche.
 (233) Di tutte sorte.
 (234) Rellique sante e in man ricci messali.
 (235) E dopo lui ognun forte chiamava - Italia, Italia.
 (236) V. Plutarco nelle vite degli illustri capitani qui nominati, ove son descritte diffusamente le loro imprese, ad ingrandimento della potenza Romana.
 (237) Cesar la Franza, e Mario li Alemani.
 (238) spesso.
 (239) Della guerra di Carlo Magno contro Desiderio e suoi collegati parla il Poeta nel I e II dei cinque Canti aggiunti al Furioso. Qui dice che il re longobardo fu vinto non per valore de' nemici, ma per gastigo divino, tenendo egli le parti contra la Chiesa.
 (240) cio, bacigli.
 (241) N prima il sacro imperator levosse.
 (242) cio, sollevandolo da terra, facendolo sorgere. Modo nuovo di usar questo verbo attivamente.
 (243) In piede, e a ci che vole il papa cede.
 (244) Mont il destrero senza altri letigi; cio senza contesa di complimenti.
 (245) quella di re.
 (246) cio, il suo capo.
 (247) Stavano de' Romani.
 (248) cio da viandante.
 (249) cio scelto, eletto.
 (250) Carlo quel giorno.
 (251) avuta da re Carlo.
 (252) forse qui s'allude all'impresa contro Urbino.
 (253) In tutti i romanzi e poemi di cavalleria, Orlando  chiamato senator romano.
 (254) E fu di chiara e nobil nazione.
 (255) Come di nome, detto Scipione Nato di quell'illustre nazione.
 (256) n tra lor si noma.
 (257) cio convenienti in precedenza ed etichetta.
 (258) cio mal custodite.
 (259) andavano.
 (260) Tutte sonare in guisa di allegrezza.
 (261) Tamburi e trombe et altre cose strane.
 (262) mottetti.
 (263) Papa Leone.
 (264) per magione, stanza, da maison.
 (265) fio per figlio. Dissero gli antichi, Figiovanni, Fighineldi per figlio di Giovanni, figlio di Ghineldo.
 (266) Tornata era la dama colorita.
 (267) Quivi fu udito.
 (268) cio volgere, indirizzare.
 (269) Passata ha l'Alemagna.
 (270) Il suo viaggio tien.
 (271) Pur quanto pi da Franza si allontana.
 (272) Tiensi dal lato verso tramontana.
 (273) troncamento licenzioso, come fu avvertito.
 (274) A crudel morte.
 (275) Piagne meschina.
 (276) cio che la vede oggetto d'amore.
 (277) alcun.
 (278) verso viziato nella desinenza per ripetervisi la rima colla stessa voce del verso secondo.
 (279) per spanna.
 (280) cio la natura adopr ogni potere per farlo il pi vigliacco e il pi poltrone di tutta Spagna.
 (281) troncamento licenzioso.
 (282) Tanto.
 (283) Non men vaghe al veder che.
 (284) disconzo per disturbo.
 (285) cio munte.
 (286) mostri.
 (287) troncamento licenzioso da non usarsi.
 (288) Qui il Poeta segue la credenza volgare al suo tempo sulla grandezza comparativa tra il Sole e la Terra; ed il Varchi nella X9 lezione sulla Divina Commedia dice, il Sole, il quale  il maggiore anzi il padre di tutti i lumi, contiene la terra 166 volte e 3/8  (V. VARCHI, Lezioni sul Dante pag. 529). Gli astronomi moderni per fanno il Sole 1,326,480 volte maggior della Terra  (V. Annuaire du bureau des longitudes pour 1846.)
 (289) pare.
 (290) Ranaldo che si vide il mostro accosto.
 (291) mossessi per mossesi.
 (292) troncamento vizioso da non seguirsi.
 (293) vacce per vacche.
 (294) ad altro.
 (295) Non rivolse che a Ismonda ogni.

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ELENCO DI TUTTI I NOMI PROPRI CONTENUTI IN QUEST'OPERA. Il numero romano indica il Canto, e l'arabo la Stanza.
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A
ALARDO fa strage de' pagani, 3. 7.
ALDROVAGI combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
ALFONSO I d'Este vince i nemici colla prudenza, 3. 3; pericoli corsi con Giulio II per favorire i Francesi, 4; sue vittorie e sue lodi, 5 e seg.
AMORE carnale, sue varie distinzioni, 3. 16 a 34.
ANSELMO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
ANTIFORO figlio di Arimonte si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, 3. 12.
ARDUBALASSO abbatte Dudone e lo fa prigioniero, II. 95; fuga i cristiani, 96; s'azzuffa con Oliviero, ed  abbattuto da Gano, 98, 99.
ARIDEO accorre in camera di Galliciana al romore suscitato da Libichello, II. 50; si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, 3. 12.
ARTIRO affricano combatte contro Salomone, I. 2; si spinge contro i cristiani, II. 68; muove contro Salomone e si attacca seco, 4. 16 e seg.;  dalla folla impedito il combattimento, e fa strage di Cristiani, 21 e seg.
ASTOLFO fatto prigione dai pagani, II. 100; spinto contro di essi da Uggero, uccide un Amirante quindi Partenio, Validoro e Iverso, 4. 23, 24, 25.
B
BALUGANTE manda Bravante contro i cristiani, II. 60; spinge nella battaglia Ardubalasso, 95; manda Marcaluro in soccorso de' pagani, 104;  messo in fuga dai Cristiani, 3. 9. Accetta la sfida della battaglia da Uggero, 4. 15; suo sdegno nel veder uccidere tanti de' suoi, 22; ordina ad Odrido di entrare in battaglia, 23.
BASTIA luogo del Ferrarese ripigliato agli Spagnuoli da Alfonso I d'Este, 3. 4.
BELTRAMO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
BERTOLAGI combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
BRADAMANTE chiamata da Oliviero in soccorso de' cristiani, II. 62; colla lancia abbatte Armeno, 63; uccide Chiariolo, ivi, Glorio, Lampruccio e Meleardo, 65; ferisce Odrido, 69;  assalita da Bravante, ivi; assale Rinaldo sconosciuto e lo insegue, 80, 81; lo riconosce, 85; intende da esso la trama contro i pagani ordita, 86; corre a Parigi ed espone la cosa ad Uggero, 89; insieme a Ricciardetto muove contro i pagani, 101, 108; ne uccide molti, 3. 7. Suoi viaggi per ritrovar Rinaldo, V. 6 e 7; sua avventura in Valenza, 8; salva una donzella chiamata Ismonda che dovea esser arsa, 10 e seg.; se la pone in groppa e la porta via, 14; si riposa con essa in riva d'un fiume, 15 e seg.
BRAVANTE fa strage di cristiani, ed abbatte Rodoardo, II. 60, 61, 68; assale Bradamante, 69.
BUFFARDO combatte contro i cristiani, II. 59, 68, e contro Dudone, 71; vien da esso abbattuto, 73; risorge e infuria tra' cristiani, 75.
BURONE, pastore con un solo occhio, assalito da Rinaldo, V. 25. Abbattuto Rinaldo dal toro si spinge innanzi Ismonda vituperandola, 28.
C
CALIFA abbattuto da Rinaldo, II. 104, 105; suo smarrimento nel vedersi ingannato, 108.
CARLO con la sua schiera entra in battaglia contro i pagani, dopo essere informato da Uggero della trama di Rinaldo, II. 102; festeggia per la vittoria riportata su' pagani, 4. 26; invita alla corte i suoi baroni per ricompensarli e prepararsi alla conquista del S. Sepolcro, 27, 28; riceve il messaggero che gli espone l'arrivo di Gualtiero da Monlione, 29; di Desiderio di Pavia, 30; di papa Leone Terzo, ivi; sua letizia per ci, 31 e seg.; suoi ordini pel ricevimento del pontefice, 33, 35; gli va incontro con Turpino e tutto il clero di Parigi, 30 e seg.; sue lodi all'Italia e agl'Italiani, 38 e seg.; assegna la stanza in Parigi a tutta la baronia accorsa, al papa e ad altri dignitarj ecclesiastici, 59.
CHIARIOLO di Soria ucciso da Bradamante, II. 64.
D
DESCRIZIONE del giardino di Venere, e suo carro trionfale, 3. 15 e seg.
DESIDERIO re di Pavia in aiuto di Carlo per la conquista del S. Sepolcro, 4. 30.
DORANIO attende il momento di spingersi contro i pagani II. 110; li mette in rotta, 3. 8; ammira la pompa sacra nel ricevimento in Parigi di papa Leone Terzo, 4. 58.
DUDONE chiamato da Uggero in soccorso de' cristiani, II. 62; fa strage de' pagani, 67; si azzuffa con Buffardo, 71; lo abbatte, 73;  abbattuto e fatto prigione da Ardubalasso, 95.
E
ETTORE procura vincere i greci per forza, 3. 1.
F
FADA nemica di Venere uccisa da Ferra, I. 7; uccideva chiunque non era innamorato che di lei, 9; chi l'estingueva si rendeva Venere propizia, 4. 1.
FALCONE combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
FERRA cade in mare, ed  salvato dalla ninfa Liquezia, I. 4; accolto in un palazzo delizioso e festeggiato per avere uccisa la Fada nemica di Venere, 6; sar sempre fortunato in amore per tal impresa, 10, 11; ringrazia la Ninfa, II. 4; le si raccomanda, e le fa varie questioni naturali, 5 e 6;  guidato in delizioso luogo dove vede il trionfo dell'Amor carnale, 3. 14 e seg.; sua maraviglia e sua variazione, 33, 34; accarezzato da Venere, 4. 2; gli fa baciare il pomo d'oro, 4; desta invidia nella turba de' di lei seguaci e sue parole ad essi, 5 e seg.;  da tutti accarezzato, 8; Venere gli promette buona fortuna in amore e lo licenzia, 9;  condotto fuori del soggiorno di Venere da Liquezia, 10 e 11; suo voto a Macone per gli scampati pericoli, ivi; si avvia verso la Persia, 14.
FESTA per l'ingresso in Parigi di papa Leone Terzo, 4. 44 a 59.
FONDRANO accorre in camera di Galliciana al romore suscitato da Libichello, II. 50; si lagna di Macone, e risolve farsi cristiano, e battezzarsi alle preghiere di Orlando, 3. 10, 11.
FRANCESCO I re di Francia fatto prigione per senno pi che per forza, 3. 5.
FRANCESCO Sforza difeso due volte dal senno dell'amico, 3. 2.
G
GALLICIANA regina, madre di Milone, ingannata da Malagigi che la gode sotto la sembianza d'Orlando, II. 15; gli manda un nuovo invito con lettera che il messo consegna al vero Orlando 16, 17, 18; suo dispetto nel ricevere la risposta, 21 e seg.; Malagigi torna a lei sotto la finta sembianza; come accolto, 27 e seg.; gli porge la lettera d'Orlando vero, 31; istigata dal servo scuopre l'inganno dei due Orlandi, 40 e seg.; vuol vendicarsi del finto, 43; torna con armati alla sua camera, e tutti son malconci da Libichello, 47 e seg.; strano scherzo fattole da esso convertito in asinello, 53, 54; battezzata per mano d'Orlando, 3. 13.
GANO comanda la settima schiera in soccorso dei cristiani, II. 92; uccide Medonte, e Corifonte, 94; abbatte Ardubalasso, 99.
GIGANTE che combatte con Uggero, II. 57.
GIULIO II papa nemico di Alfonso I d'Este, 3. 4.
GLORIO ucciso da Bradamante, II. 65.
GRUGNATO si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, 3. 12.
GUALTIERO da Monleone va in aiuto di Carlo per conquistare il S. Sepolcro, 4. 29; accoglienza che gli  fatta alla corte, ivi; duce delle genti italiane, 37, 43; lodato da Turpino, ivi; il primo nel corteggio del papa entra in Parigi con Desiderio, 46.
I
IDOLI de' gentili decaduti dopo la venuta del Salvatore, II. 1, 2.
ISMONDA amante corrisposta di Rinaldo, V. 2; intrattenendosi con esso, son disturbati da un gran romore, 4; sua sventura, e come salvata da Bradamante 8 a 18; abbattuto Rinaldo dal toro,  dal pastore Burone cacciata innanzi con le vacche, 27, 28.
ITALIA ed Italiani lodati da Carlo e da' suoi baroni, 4. 38 a 42.
4ERSO ucciso da Astolfo, 4. 25.
L
LAMPRUCCIO ucciso da Bradamante, II. 65.
LEONE Terzo papa alla corte di Carlo per stabilire la conquista del S. Sepolcro, 4. 30; come accolto e festeggiato in Parigi, 32 e seg.; benedice il popolo accorso, 57.
LIBICHELLO spirito infernale lasciato da Malagigi in sua vece nella camera di Galliciana, II. 44; avea prese le sembianze d'Orlando, 46; si difende dagli assalitori armati, 47 e seg.; al giunger d'Orlando si converte in asinello, 51; suo strano scherzo a Galliciana, 53 e seg.
LIFONTE combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
LIQUEZIA ninfa marina nemica della Fada, salva Ferra dallo affogare, e lo conduce in un delizioso palazzo, I. 6; avea dato ad esso lo scudo per vincer gl'incanti della Fada, 8; palesa a Ferra il suo stato, 12; non era ombra vana, II. 3; ringraziata da esso, 4; spiegazione che gli d su questioni naturali, 7 e seg.; lo guida in luogo di delizie, e gli mostra il trionfo dell'Amor carnale, 3. 14 e seg.; lo accompagna fuori del soggiorno di Venere, 4. 10 e seg.
M
MALAGIGI lieto di sua buona ventura con la regina Galliciana, per aver preso la somiglianza d'Orlando, II. 14 e seg.; torna a visitarla sotto le stesse sembianze, e trovandola adirata cerca pacificarla, 27 e seg.; si scusa della lettera che ella gli mostra del vero Orlando, 31; trovandosi scoperto cerca di rivolger in burla l'avventura, 37 e seg.; chiuso in camera dalla regina, mentre ella va per vedere il vero Orlando, 42; fugge per incanto, lasciando lo spirito Libichello in sua vece, 44.
MARCALURO mandato da Balugante in soccorso dei pagani, II. 104.
MARSILIO messo in fuga dai cristiani, 3. 9.
MELEARDO ucciso da Bradamante, II. 65.
MILONE prega Orlando a non partire, II. 34; accorre in camera della madre al romore suscitato da Libichello, 50; si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, 3. 12.
N
NAMO comanda la sesta schiera in soccorso de' cristiani, II. 90; muove contro Tricardo, 109.
NESTORE procura vincere i Troiani col senno, 3. 1.
O
ODRIDO si scaglia contro i cristiani, II. 68; ferito da Bradamante, 69; entra in battaglia per ordine di Balugante, 4. 23.
OL4IERO signor di Vienna anima i cristiani a resistere ai pagani, II. 97;  assaltato da Ardubalasso ed  soccorso da Gano, 98, 99.
ORANIO re di Creta si accorda con Rinaldo per favorire Carlo, II. 77 e seg.
ORLANDO si maraviglia della lettera scrittagli da Galliciana, e sua risposta, II. 17 e seg.; protesta di voler partire dalla corte di Milone, 33; accorre al romore suscitato da Libichello, 50; vedendo le stranezze di esso, si accorge ci esser per negromanzia, e lo esorcizza, 55; persuade Fondrano a battezzarsi insieme a tutta la sua citt, 3. 11 e 12; si dispone a difenderlo, 13 e 14.
P
PANTERACCIO, messo in rotta dai cristiani, 3. 9.
PARTENIO ucciso da Astolfo, 4. 25.
PINABELLO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
PRIAMO procura vincere la guerra per forza, 3. 1.
R
RAVENNA, rotta datavi da Alfonso I d'Este all'esercito spagnolo, 3. 4.
REO che va adagio alla forca I. 1, simil.; graziato della vita, 5.
RICCIARDETTO comanda la nona schiera in soccorso de' cristiani, II. 90; muove con Bradamante contro i pagani, 101; ne uccide molti, 3. 7.
RINALDO creduto pagano rimira la battaglia tra i saracini e i cristiani, e arde di desiderio di prendervi parte, II. 77; induce il re di Creta a battezzarsi e diventare amico di Carlo, 79; suo strattagemma per farsi riconoscere da Bradamante, 80 e seg.; se le scuopre, 84; le spiega il segreto per soccorrer Carlo, 86 e seg.; veduto i cristiani aver la peggio, si scaglia addosso a Califa, 105; sbaraglia i saracini, 106-107; cerca solo di uccidere i capi, 3. 9. Innamorato d'Ismonda, V. 2; intrattenendosi seco,  sorpreso da gran fracasso, 4; era un pastore da un occhio solo, che con tre vacche e un toro andava in Francia, 19 e seg.; buttato tramortito a terra dal toro, 26 e seg.; suo dolore per tal caso e per vedersi rapita Ismonda, 29 e 30.
RODOARDO di Lamporeggio abbattuto da Bravante, II. 61.
RONDELLO cavallo di Uggero, II. 57.
ROSADORO accorre in camera di Galliciana al romore suscitato da Libichello, II. 50; si fa cristiano ad insinuazione di Orlando, 3. 12.
S
SALOMONE combatte contro Artiro, I. 2; fatto prigione dei pagani, II. 100;  assalito da Artiro, e con esso attacca combattimento, 4. 16 e seg.; impedito dalla folla di finire il combattimento, si scaglia contro i pagani, 21.
SANGUINO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
SCIPIONE romano, vicario d'Orlando, guida in Parigi le truppe di S. Chiesa, 4. 51, 52.
SERVO fido di Galliciana che porta al vero Orlando la lettera di lei, che dovea recapitare in mano del finto, che era Malagigi, II. 16 e seg.; sua maraviglia nel trovare presso la regina il finto Orlando, mentre avea lasciato il vero a parlare con Milone, 32 e seg.; induce la regina a sincerarsi de' due Orlandi, 40.
SPINARDO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
T
TRICARDO assalito da Namo, II. 109.
TURPINO comanda l'ottava schiera contro i pagani, e sua bravura, II. 101 e seg.; va con Carlo all'incontro di Leone papa, 4. 36. Loda Gualtiero da Monleone, 43; accoglie in abito episcopale il papa alle porte di Parigi, 54.
U
UGGERO combatte col gigante, II. 57; fa strage de' pagani, 58; chiama in soccorso de' cristiani Dudone e Bradamante, 62; informato da questa dello strattagemma di Rinaldo, manda Namo, Ricciardetto e Gano in aiuto al campo dei cristiani, 89, 90; dispone come capo dell'esercito le cose della guerra, 91 e seg.; manda soccorsi al campo ed informa Carlo della trama di Rinaldo, 101, 102; manda la sfida di battaglia a Balugante, 4. 15; manda Astolfo a rinforzare la pugna, 23.
ULISSE procura vincere i Troiani col senno, 3. 1.
URCASTO figlio di Arimonte si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, 3. 12.
V
VALIDORO ucciso da Astolfo, 4. 25.
VENERE nemica della Fada, I. 7; suo carro trionfale e suoi seguaci, 3. 17. e seg.;  propizia a Ferra per aver uccisa la Fada e lo accarezza, 4. 2, e 3; gli fa baciare il pomo d'oro, 4; sue parole alla turba invidiosa de' suoi seguaci, che si acquetano, 6 e seg.; gli promette fortuna in amore e lo licenzia, 9.
VILI e codardi aborrono dalle battaglie, I. 1.
VITTORIA  pi utile ottenuta col senno che colla forza, 3. 1.
Z
ZANNIOLO picciolo fiume di Romagna, celebre per la vittoria riportatavi da Alfonso I. d'Este contro l'esercito di papa Giulio II. e degli Spagnoli, 3. 4.
...
FINE.